Gli houthi, un gruppo armato yemenita sostenuto dall’Iran, hanno annunciato ieri un embargo marittimo sull’Arabia Saudita, il primo paese esportatore di petrolio greggio al mondo.
CHI SONO GLI HOUTHI E PERCHÉ SONO OSTILI ALL’ARABIA SAUDITA
Gli houthi, al di là dell’ideologia sciita e dell’ostilità verso Israele, condividono con l’Iran anche la rivalità nei confronti dell’Arabia Saudita, una monarchia di orientamento sunnita e sostenitrice del governo dello Yemen.
Il gruppo ha fatto sapere che l’embargo marittimo su Riad ha effetto immediato e che rappresenta una risposta al presunto assedio saudita di Sana’a, la capitale ufficiale dello Yemen sotto controllo degli houthi dal 2014: il vero centro amministrativo – dove cioè si trova il governo riconosciuto, osteggiato dai ribelli – è però Aden, nel sud del paese.
La settimana scorsa Riad ha attaccato l’aeroporto di Sana’a; dopodiché, gli houthi hanno colpito l’aeroporto di Abha, nel sud dell’Arabia Saudita.
LE CONSEGUENZE DELL’EMBARGO SULL’ARABIA SAUDITA
L’embargo degli houthi rischia di aggravare la crisi energetica internazionale causata dalla guerra nel Golfo e dal blocco dello stretto di Hormuz, la via d’acqua più importante al mondo per il commercio dei combustibili fossili: gli Stati Uniti e l’Iran hanno ricominciato ad attaccarsi e il libero passaggio delle navi in questo tratto di mare è stato nuovamente impedito.
L’Arabia Saudita può fare a meno – almeno in parte – dello stretto di Hormuz per le proprie esportazioni petrolifere grazie all’oleodotto East-West che collega la città di Jubail, affacciata sul golfo Persico, a quella di Yanbu, sul mar Rosso. Da Yanbu, poi, i carichi di greggio possono raggiungere il mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez, oppure il mar Arabico – e quindi l’oceano Indiano – passando per lo stretto di Bab el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa.
L’embargo degli houthi, però, minaccia direttamente questi flussi. A giugno, peraltro, le esportazioni petrolifere dell’Arabia Saudita da Yanbu hanno raggiunto il livello record di 4,1 milioni di barili al giorno, più della metà del totale nel periodo precedente alla guerra.
COME HANNO REAGITO I PREZZI DEL PETROLIO
La ripresa delle ostilità tra gli Stati Uniti e l’Iran, unita all’embargo sull’Arabia Saudita, ha fatto risalire i prezzi del greggio di circa l’1 per cento. Il Brent, cioè il principale contratto internazionale, ha guadagnato l’1,3 per cento, a 89,2 dollari al barile; il West Texas Intermediate, cioè il riferimento americano, è aumentato dello 0,9 per cento a 83,2 dollari.
Una crescita dei prezzi c’è stata, dunque, ma tutto sommato moderata: i mercati sembrano aspettarsi a breve l’annuncio di una nuova tregua tra Washington e Teheran.
L’IMPORTANZA DEL MAR ROSSO
Il mar Rosso, e in particolare lo stretto di Bab el-Mandeb, sono due snodi rilevanti per il commercio petrolifero globale. Negli anni, tuttavia, la loro importanza è diminuita a causa degli attacchi degli houthi alle navi mercantili, che hanno spinto gli armatori a evitare l’area e a scegliere la più lunga e costosa rotta attorno all’Africa. Nel 2023 quasi il 10 per cento del commercio marittimo mondiale passava attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb; l’anno scorso, però, la quota era scesa al 3 per cento, secondo le stime di Clarksons Research riprese da Bloomberg.
La guerra nel golfo Persico tra gli Stati Uniti e l’Iran ha restituito importanza a Bab el-Mandeb, che – come detto – ha permesso all’Arabia Saudita di compensare la chiusura dello stretto di Hormuz e continuare a esportare petrolio. In teoria, Riad potrebbe aggirare anche l’embargo degli houthi inviando i suoi carichi di greggio nel canale di Suez, in Egitto: non si tratta, in realtà, di una soluzione sempre praticabile perché – oltre ai tempi più lunghi per l’arrivo nei mercati asiatici, ad esempio – non tutte le petroliere hanno dimensioni adatte alla navigazione lungo questa via d’acqua.






