Energia

Eni e non solo, ecco quanto costerà all’Italia il no alle trivelle. Parla Bessi

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L’intervista di Start Magazine a Gianni Bessi, consigliere regionale del Pd in Emilia Romagna, esperto del settore e autore del saggio “Gas naturale – L’Energia di domani” (Innovative Publishing)

Trivelle sì, trivelle no. Pure nel governo M5s-Pd si parla di trivelle, ma per dire che non saranno rilasciate nuove concessioni per cercare ed estrarre altri idrocarburi. Nel frattempo, come svelato da Start, il settore è quasi fermo anche nelle concessioni già rilasciate.

Che cosa succederà quindi? Quali effetti anti sviluppisti si possono prevedere? Abbiamo fatto il punto – numeri e informazioni puntuali alla mano – con Gianni Bessi, consigliere regionale del Pd in Emilia Romagna, esperto del settore e autore del saggio “Gas naturale – L’Energia di domani” (Innovative Publishing).

Bessi, cominciamo con un giudizio sul nuovo governo.

Sono un appassionato di calcio quindi mi appoggio a una classica metafora calcistica: fare un’ottima squadra e avere un bel gioco non basta, il problema è vincere le partite.

Ce la spieghi.

Siamo ancora in una fase di crisi, anzi si prospettano nubi all’orizzonte vedi le decisioni recenti della Germania di allentare la rigidità di bilancio per affrontare una fase di recessione. Giusto intervenire in finanziaria subito su salvaguardia Iva e su cuneo fiscale, ma soprattutto occorre puntare sulle misure per il lavoro e sulla gestione delle emergenze quali l’immigrazione. Su queste ultime non mi pronuncio perché andranno gestite nel contesto dell’Europa, ma per quanto riguarda il lavoro dobbiamo evitare tensioni sociali e ulteriori disuguaglianze.

Cioè?

Prendiamo uno dei punti del programma letto dal primo ministro, quello che prevede di introdurre una normativa, cito le parole di Giuseppe Conte, “che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi’.

E questo è un problema…

Queste poche parole, insieme al grande punto interrogativo sull’iter del «Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee», varato dal governo precedente con il decreto semplificazioni, creano ulteriori incertezze nel quadro normativo. È un grosso problema, perché mette in ginocchio il settore dell’oil&gas e della manifattura industriale a essa collegata fino anche alla chimica.

Facciamo un esempio.

Le attività di upstream di Eni, cioè quelle che sono ‘a monte’ della commercializzazione delle risorse energetiche, in Italia danno lavoro a circa 5 mila persone sugli oltre 20 mila dipendenti del cane a sei zampe. La produzione di idrocarburi Eni in Italia è il 7% della produzione totale dell’azienda di cui il Ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti detengono il 30% delle azioni, beneficiando non dimentichiamolo dei relativi ricchi dividendi. Sono centinaia di milioni che lo Stato incassa ogni anno. Se si blocca l’upstream italiano cosa succede a questa produzione e soprattutto cosa succede ai lavoratori che sono immediatamente impegnati in questa attività?

Cosa accadrà a questi lavoratori?

Eni ha le spalle larghe. Il colpo più duro lo subirà l’indotto, anzi lo sta subendo da quando è scoppiata questa demonizzazione del settore energetico nazionale: solo nel distretto dell’Emilia-Romagna parliamo di 10mila lavoratori. Guardi, con l’annullamento del nuovo piano di investimento di Eni, nel distretto centro settentrionale la produzione diminuirà fino a circa 20 migliaia di barili equivalenti di petrolio al giorno. Cosa succede se dobbiamo chiudere alcune delle centrali di trattamento gas?

Che cosa si dovrebbe fare allora?

Credo che un tema cruciale come quello della difesa dell’ambiente non vada affrontato con slogan e con provvedimenti estemporanei, che non tengono conto degli effetti di sistema. Nel senso che non si può limitare o cancellare un’attività senza avere preparato un’alternativa. E presentarsi ai lavoratori dicendo “bene, da oggi non avete più un’occupazione, grazie tante, arrangiatevi”. Anzi colpevolizzandoli.

Qual è la sua idea?

L’obiettivo di utilizzare solo energie rinnovabili, ammesso che sia possibile e io lo spero, deve passare da una transizione energetica e non da uno shock. Nel senso che neppure i Paesi che sono più virtuosi su questo tema decidono da un momento all’altro di sospendere tutte le attività di estrazione. Non è logico e soprattutto non è efficace. E ricordiamoci che il gas naturale resta l’energia fondamentale per la transizione energetica.

Quali effetti ci saranno se si blocca la produzione delle fonti tradizionali?

Ci sono due aspetti: una volta bloccata la produzione delle fonti tradizionali, in attesa che l’energia possa essere garantita solo da quelle pulite, come si manda avanti il Paese? Ricordo che solo di gas l’Italia nel 2018 ha consumato più di 70 miliardi di metri cubi per riscaldarsi, produrre energia elettrica e cucinare. Il secondo coinvolge le imprese e i lavoratori, che sono una parte fondamentale dell’economia. E per economia qui non intendo la borsa o i dividendi delle multinazionali, ma quella quotidiana, cioè i consumi, le imposte locali, le tasse.

Ma prima o poi si dovrà scegliere uno sviluppo basato sull’economia circolare, non crede?

Non solo lo credo ma lo vado dicendo da tempo. Anzi mi sto battendo da tempo: nel 2016, al tempo del referendum Notriv, ho partecipato a decine di interventi e dibattiti: e intanto vale la pena ricordare che gli italiani si sono espressi in materia, facendo mancare il quorum. Occorre uscire dagli slogan da convegno. Non si fa una rivoluzione in un giorno o, peggio, con un provvedimento del governo.

Che cosa auspica ora?

Serve una programmazione, una politica seria, un piano-Paese che ci porti per gradi a gestire in modo moderno in tutta Italia rifiuti, acqua, risorse energetiche. Credo che sia un errore definirlo per decreto: tra l’altro in un momento di difficoltà economica come questa, si rischia di produrre nuova disoccupazione e quindi, in nome di un ecologismo politicamente corretto, nuove disuguaglianze.

In definitiva, cosa farebbe se spettasse a lei la decisione sulle politiche energetiche?

Mi darei da fare per cambiare il metodo con cui si affrontano le scelte strategiche del Paese e partirei da un’apertura verso le parti sociali e le imprese per ascoltare chi lavora sul campo, chi ogni giorno si mette un camice o una tuta per andare a lavorare e sostenere l’economia italiana. Mi lasci fare un’altra osservazione.

Prego…

La sostenibilità ambientale, che deve essere il nostro obiettivo, la si raggiunge solo a patto che si accompagni a sostenibilità sociale ed economica. Altrimenti non ne beneficerà nessuno. Anzi rischiamo di limitarci a parlare dei prodotti di alta tecnologia, che fanno sì risparmiare energia, ma che hanno prezzi per molti irraggiungibili, oppure a introdurre nuovi modelli di tassazione legati all’ecosostenibilità. Non è questa la strada: dobbiamo abbandonare le scelte che dividono e puntare su uno sviluppo equo e diffuso basato sull’economia circolare. È un obiettivo raggiungibile, basta volerlo.

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