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Confindustria

Confindustria invoca più fondi pubblici per politiche anti Cina sull’energia

In previsione della ministeriale del G7 a Torino, Confindustria chiede più collaborazione pubblico-privato sugli investimenti per la transizione energetica e più attenzione al rischio di dipendenza dalla Cina. Tutti i dettagli.

Confindustria, l’associazione delle imprese manifatturiere e di servizi italiane, ha chiesto “più investimenti, più collaborazione tra pubblico e privato e più convergenza” tra le politiche industriali per la transizione energetica dei paesi del G7. Il G7 è il gruppo che riunisce sette tra le principali economie sviluppate del pianeta: Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Francia, Canada e Italia (che al momento ne detiene la presidenza).

Le raccomandazioni di Confindustria sono esposte in una nota elaborata assieme a Deloitte in occasione del vertice ministeriale del G7 sull’energia, l’ambiente e il clima che si terrà a Torino tra il 28 e il 30 aprile. Il 28 aprile, sempre a Torino, ci sarà anche la conferenza del B7, la comunità imprenditoriale dei paesi del G7.

CONFINDUSTRIA VUOLE PIÙ SINERGIE TRA PUBBLICO E PRIVATO

Katia Da Ros, vicepresidente per l’ambiente e la sostenibilità di Confindustria, ha detto che bisogna “trasformare la transizione ecologica in una grande opportunità di innovazione e sviluppo competitivo”. Per farlo, a suo dire, è “fondamentale creare delle sinergie tra pubblico e privato, promuovendo un approccio alla transizione basato sulla neutralità tecnologica e sullo stimolo agli investimenti nell’economia circolare, capaci di coniugare tutela ambientale, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività”.

È una visione vicina a quella del governo di Giorgia Meloni, che infatti insiste molto sul concetto di neutralità tecnologica – in polemica con le politiche per il clima della Commissione europea -, ovvero il principio secondo cui bisogna prendere in considerazione tutte le tecnologie disponibili per la decarbonizzazione, e non solo alcune.

I SOLDI DEL PNRR PER LA TRANSIZIONE ENERGETICA

Il PNRR, il piano di trasformazione economica che fa parte del programma europeo Next Generation EU, stanzia 59,4 miliardi di euro per la transizione ecologica: i soldi andranno a stimolare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’idrogeno, il potenziamento della rete elettrica, l’economia circolare, la mobilità a basse emissioni, l’efficientamento energetico degli edifici e la salvaguardia delle risorse idriche.

In totale, il PNRR vale 191,5 miliardi di euro; la seconda missione – quella dedicata alla transizione ecologica – è quella che ha ricevuto più risorse: se ai fondi del PNRR si aggiungono quelli del programma REACT-EU e quelli del fondo complementare, si arriva a  69,9 miliardi.

L’Unione europea è in ritardo nello sviluppo delle cosiddette “tecnologie pulite” (pannelli solari, batterie e veicoli elettrici, principalmente) rispetto alla Cina, che vi ha investito massicciamente già decenni fa, ma anche rispetto agli Stati Uniti, che nel 2022 hanno approvato una legge (l’Inflation Reduction Act) contenente sussidi per 369 miliardi di dollari che sta contribuendo a sottrarre investimenti al Vecchio continente.

GLI SVANTAGGI DI COMPETITIVITÀ DEL G7, SECONDO CONFINDUSTRIA

“A fronte dell’auspicata accelerazione” della transizione energetica, si legge nella nota di Confindustria che “è necessario ricordare come la transizione energetica e ambientale, unita alle crisi e alle tensioni geopolitiche in corso, ponga rischi per la competitività delle economie dei Paesi del G7, con minacce specifiche per il settore industriale esposto alla competizione internazionale”.

“Tra gli svantaggi competitivi”, prosegue il documento, “vi è l’elevato costo delle emissioni di gas serra nel G7 rispetto ai Paesi che non hanno ancora adottato efficaci politiche di sostenibilità, con il prezzo Europeo delle quote di emissione di gas serra nel 2023 pari a 90,26 $/tCO2e, dieci volte superiore al prezzo cinese. I costi elevati dell’energia elettrica costituiscono un ulteriore onere, in particolare per le aziende e i consumatori Europei che sostengono prezzi tra i più alti a livello internazionale, doppi rispetto al mercato cinese”.

IL RISCHIO DELLA DIPENDENZA DALLA CINA

Confindustria segnala poi il “fattore di rischio legato al sostanziale controllo cinese delle supply chain coinvolte nella transizione energetica, con quote che vanno da circa l’80% per il fotovoltaico al 65% per le batterie, con la prospettiva di passare dalla dipendenza storica del nostro sistema energetico dai combustibili fossili a quella per l’approvvigionamento delle tecnologie verdi”.

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