Nonostante l’aumento tutto sommato contenuto rispetto a crisi simili avvenute in passato, almeno finora, i prezzi del petrolio sono comunque cresciuti molto dall’inizio della guerra all’Iran. Al momento i due principali contratti internazionali, il Brent (il riferimento basato sul mare del Nord) e il West Texas Intermediate (il benchmark americano), si aggirano rispettivamente sui 101 dollari al barile e sui 93 dollari. Gli Stati Uniti sono il paese che produce più greggio al mondo e quindi potrebbero beneficiare di questa salita dei prezzi, al netto dei rincari dei carburanti. Invece, le società estrattive americane, in particolare quelle specializzate nel cosiddetto shale oil, sono caute: in passato sarebbero corse a trivellare per approfittare del momento favorevole; oggi, però, vogliono stabilità prima di investire nell’aumento dell’output.
I PRECEDENTI DEL 2022
Non è una novità. Nella primavera del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece salire il prezzo del Brent sopra i 104 dollari, l’allora presidente americano Joe Biden chiese ai produttori petroliferi di aumentare la produzione: ma questi non si precipitarono a farlo, nonostante il contesto apparentemente favorevolissimo.
Le aziende, infatti – e soprattutto i loro azionisti -, non erano sicure che i prezzi del greggio sarebbero rimasti alti per un periodo di tempo abbastanza lungo che le avrebbe permesso di trarre profitto dalle trivellazioni di tanti nuovi pozzi. Nel settore era forte il ricordo del 2020, quando i prezzi dei barili precipitarono e molte imprese dovettero comprimere le attività e tagliare il personale, o perfino chiedere protezione dalla bancarotta.
IL CICLO BOOM AND BUST DELL’INDUSTRIA DELLO SHALE
L’industria petrolifera americana non è sempre stata così prudente, anzi. All’inizio i produttori di shale oil – si chiama così la varietà petrolifera “leggera” estratta dalle rocce di scisto con tecniche non convenzionali – reagivano immediatamente ai movimenti del prezzo del petrolio: non appena questo cresceva, si attivavano per estrarre barili e trarre profitto. A ogni boom estrattivo seguiva però una fase di bust, cioè di crollo del valore e di fallimenti di aziende. Oggi il settore è maturato molto, anche a seguito dei numerosissimi accordi di acquisizione e consolidamento, e si è fatto più cauto.
COSA PENSANO I PETROLIERI AMERICANI DELLA GUERRA ALL’IRAN
Molti produttori indipendenti del bacino Permiano degli Stati Uniti – il più grande campo petrolifero al mondo, con un output di oltre sei milioni di barili al giorno, superiore a quello di tanti paesi membri dell’Opec – hanno accolto il rialzo dei prezzi del greggio causato dalla crisi in Medioriente come un sollievo temporaneo dopo un anno di prezzi bassi: nel 2025 il valore medio di un barile è stato infatti di 69 dollari.
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I petrolieri shale, che non dispongono delle stesse risorse economiche di colossi come ExxonMobil e Chevron, non sono convinti che questa fase rialzista durerà a lungo. Anche perché l’amministrazione di Donald Trump insiste parecchio sull’abbassamento del costo della vita, che implica prezzi bassi dei carburanti e conseguentemente della materia prima: a novembre ci saranno le elezioni di metà mandato e il presidente – che peraltro ha detto più volte di volere prezzi del petrolio a 50 dollari al barile – deve cercare di rispettare le sue promesse alla popolazione.
Il settore americano, insomma, pensa che i prezzi del greggio scenderanno nel giro di qualche settimana o mese, e che questa finestra temporale non sia sufficientemente larga da permettergli di rientrare delle spese di trivellazione e registrare profitti. Secondo i calcoli di Baker Hughes ripresi dal Financial Times, il numero degli impianti di trivellazione negli Stati Uniti è calato di trentanove unità rispetto alle 592 registrate l’anno scorso; ci sono anche meno operai al lavoro nei giacimenti shale, il che fa pensare che nel 2026 l’output petrolifero statunitense potrebbe rivelarsi inferiore alle attese.
“La minaccia di un prezzo del petrolio a 50 dollari al barile e il fatto che, come sapete, di solito Trump ottiene quello che dice, ha gettato un’ombra sul settore e così abbiamo iniziato a ridimensionare i nostri piani”, ha dichiarato Steven Pruett, amministratore delegato di Elevation Resources, al quotidiano britannico.







