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Diamondback

Petrolio, cosa cambia dopo l’accordo tutto americano fra Diamondback ed Endeavor

Due grosse aziende petrolifere texane, Diamondback ed Endeavor, si fonderanno in un maxi-accordo da 26 miliardi di dollari. Eppure la nuova società ridurrà, anziché aumentare, il numero di pozzi attivi: che sta succedendo? Tutti i dettagli.

Diamondback Energy ed Endeavor Energy Resources, due grosse aziende petrolifere texane, hanno annunciato lunedì che si fonderanno in un’unica società. L’accordo, valutato per 26 miliardi di dollari e previsto concludersi per il quarto trimestre dell’anno, è l’ultimo esempio di una tendenza al consolidamento nel settore energetico statunitense.

COSA FANNO DIAMONDBACK ED ENDEAVOR

Diamondback ed Endeavor sono entrambe attive nel bacino Permiano, un ricco campo petrolifero tra il Texas e il Nuovo Messico che nell’ultimo decennio ha trasformato gli Stati Uniti nel primo paese produttore di greggio e di gas naturale al mondo: merito dell’innovazione tecnologica e più precisamente dei processi di fratturazione idraulica (fracking), che hanno consentito l’accesso agli idrocarburi contenuti nelle rocce di scisto (shale).

La fusione tra le due società avverrà attraverso un accordo cash-and-stock, con gli azionisti di Diamondback – a cominciare dai gruppi Vanguard, Wellington Management e BlackRock – che otterranno il 60 per cento della nuova entità.

Diamondback, fondata nel 2007 e quotata in borsa dal 2012, ha riportato entrate per 9,6 miliardi di dollari e profitti per oltre 4 miliardi nell’ultimo anno fiscale. Il suo valore di mercato si aggira sui 27 miliardi.

Endeavor, invece, è più anziana: è nata nel 1979 per opera di Autry Stephens, oggi il petroliere più ricco negli Stati Uniti con un patrimonio di quasi 15 miliardi di dollari. Stephens ha ottantacinque anni e – come sottolinea il New York Times – ha scelto di vendere in un buon momento, considerata l’ondata di accordi di acquisizione e consolidamento nel settore: l’operazione più importante in questo senso, dal valore di 60 miliardi di dollari, è stata l’acquisto di Pioneer Natural Resources da parte di ExxonMobil.

TUTTI I NUMERI DELLA NUOVA SOCIETÀ

La nuova società che nascerà dalla combinazione di Diamondback ed Endeavor avrà una capacità produttiva di 816.000 barili di petrolio e gas al giorno su un territorio di oltre 3300 chilometri quadrati: sarà dunque la terza maggiore produttrice di idrocarburi nel bacino Permiano, dopo ExxonMobil e Chevron.

Oltre alle dimensioni, pare che sarà anche un’azienda molto efficiente, con un break even (il valore necessario a pareggiare i costi di produzione) al di sotto dei 40 dollari al barile, rispetto alla media di 76 dollari al barile per il West Texas Intermediate, il riferimento petrolifero statunitense. Reuters spiega che Endeavor è riuscita a tenere bassi i suoi costi operativi grazie all’utilizzo dei propri macchinari e servizi di trivellazione, costruzione e trasporti, anziché appoggiarsi a fornitori terzi.

TUTTE LE ACQUISIZIONI NELL’INDUSTRIA PETROLIFERA AMERICANA

Come detto, il più grande accordo nel settore petrolifero americano è stato quello tra ExxonMobil e Pioneer, lo scorso ottobre, che ha reso la Big Oil la maggiore operatrice nel bacino Permiano. Pochi giorni dopo, però, un’altra grossa compagnia, Chevron, ha comunicato l’acquisto di Hess Corporation per 53 miliardi di dollari: più che nel bacino Permiano, però, gli asset davvero preziosi di Hess si trovano in Guyana.

A dicembre, invece, Occidental Petroleum aveva annunciato l’acquisto di CrownRock, attiva nel Permiano, per 12 miliardi di dollari; nel 2019 la società aveva acquisito, sempre nel bacino Permiano, Anadarko Petroleum per quasi 40 miliardi.

PERCHÉ DIAMONDBACK RIDURRÀ I POZZI DI TRIVELLAZIONE?

Diamondback ha specificato che, dopo l’acquisizione di Endeavor, ridurrà progressivamente il numero di pozzi di trivellazione, dagli attuali ventisei a venti o ventidue. Una decisione che potrebbe apparire assurda ma che invece è perfettamente coerente, come Startmag spiega già da anni: gli azionisti delle società petrolifere non vogliono che si spenda nella crescita della produzione, viste anche le incertezze sulla domanda petrolifera nel lungo termine; chiedono, al contrario, disciplina fiscale e dividendi corposi.

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