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Che cosa farà l’Italia in Niger? Fatti, polemiche e scenari

Niger

L’approfondimento di Emanuele Rossi

Secondo quanto approvato dal governo e dal parlamento italiano (con l’ultimo Decreto Missioni) un contingente italiano composto da 450 militari (e 130 mezzi, più due navi da guerra) andrà in Niger con funzione di addestratori alle forze armate locali, sulla base di un accordo tra Roma e Niamey.

NIAMEY/ROMA: COSA È SUCCESSO?

E qui il primo appunto: la scorsa settimana la francese Radio France Internationale ha messo on air un servizio costruito su una dichiarazione di una voce anonima, descritta come “fonte” interna al governo nigerino, secondo cui la presenza italiana sarebbe stata tutt’altro che concordata col governo locale, anzi il Niger sarebbe rimasto “sorpreso” nell’apprendere la notizia dell’arrivo italiano solo da un battuta dell’Agence France Presse. Un giallo, come dicono i giornali in questi casi: il Corriere della Sera, in un articolo firmato da due giornalisti esperti di Palazzo Chigi, ha pubblicato la replica, altrettanto anonima e altrettanto tosta, italiana: è una “patacca montata da Parigi”, dice una fonte della Farnesina, ci sarebbe una lettera segreta tra i due governi, dicono dalla Difesa, chiusa finale da crisi diplomatica: una “fonte governativa” dice che il motivo di queste diffamazioni è che l’Italia non ha aderito alle richieste di Parigi, perché il presidente Emmanuel Macron voleva che “si andasse in Mali alle loro condizioni”, era stata una richiesta fatta al governo precedente, poi l’esecutivo Gentiloni ha deciso diversamente, ma “evidentemente cercano di ostacolare la nostra autonomia”. C’è uno screzio tra Roma e Parigi sulla missione? Crederci serve quantomeno a tenere lontano la panzana, quella certa, che l’Italia sia nel Sahel per difendere “l’uranio francese”, balla tra le tante che accompagnano e accompagneranno fino al 4 marzo il primo rinnovo parlamentare italiano ai tempi delle fake news (su questo, serve anche di capire il contesto e il ruolo degli italiani).

IL CONTESTO

L’Italia è in Niger nell’ambito di un’attività molto complessa che va dal terrorismo al contenimento di traffici illegali, compresi quello di esseri umani (se la Libia è il rubinetto verso il Mediterraneo, il Niger è il serbatoio di raccolta per i profughi centroafricani poi spostati verso costa). Il Niger è un paese del Sahel, l’area geografica che sta tra il Sahara e il Nord Africa, e confina a nord con la fascia meridionale libica, il Fezzan, una terra di nessuno in cui – complice anche l’assenza di un’autorità di governo stabile a Tripoli – è da tempo un crocevia per le attività clandestine (come lo sono i confinanti Ciad e appunto Niger, e più a ovest il Mali). In Niger si trova un contingente militare francese (ci si tornerà, perché è quello più interessante), uno tedesco e un migliaio di uomini americani. Alcuni sono Berretti Verdi (ossia unità speciali dell’esercito, e c’è da pensare che forze speciali partiranno anche in accompagnamento al contingente italiano, visto la sensibilità dell’area) che battono i villaggi rurali in cerca di una sorta di awakening contro i gruppi radicali e criminali. In quell’area geografica i due aggettivi non sono esclusivi l’uno dell’altro, a dispetto della purezza ideologica degli estremisti: armi e droga viaggiano attraverso quelle rotte (la coca sudamericana dei cartelli, passa anche dal Nordafrica prima di arrivare in Europa, e solca territori dove qualsiasi cosa si muova deve passare il vaglio dei gruppi islamisti locali, collusi spesso con i clan tribali).

I RISCHI: UN ESEMPIO

La presenza di quei militari americani è stata ufficializzata soltanto poco tempo fa (nonostante mesi fa una troupe della CNN si fosse recata ad Agadez, embedeed con alcuni militari; Agadez è una città del Niger centro-occidentale considerata il cuore del contrabbando d’ogni genere di roba). Nell’ottobre del 2017 quattro di quei Green Berets americani sono stati uccisi in un’imboscata mentre uscivano da un incontro con i capi di una famiglia di Tongo Tongo, città rurale nigerina vicino al confine col Mali (si ricorderà della vicenda anche perché il caso fu gestito in modo sgraziato dal presidente Donald Trump come spesso accade in certe situazioni che lo mettono in difficoltà). La scorsa settimana è stato diffuso un primo screenshot del video girato dalla telecamera montata sul casco di uno dei militari americani, il cui corpo è stato ritrovato soltanto 48 ore dopo lo scontro a fuoco in cui lui e i suoi tre compagni sono morti: i miliziani che lo hanno ucciso fanno parte di un gruppo che è affiliato, ma non parte integrante (forse anche per certi evidenti problemi diciamo di purezza), dello Stato islamico, e probabilmente le immagini degli americani feriti, che urlano dopo essere stati colpiti dagli islamisti, finiranno in un video di propaganda dove si potrebbe minacciare il contingente statunitense, ma anche quelli europei presenti in quella fascia geografica – ivi compresi gli italiani.

IL RUOLO DEI NOSTRI MILITARI

NigerÈ molto probabile che i militari inviati da Roma si vadano a posizionare a Madama, dove si trova un fortino usato finora dall’esercito francese come postazione temporanea (ci sarebbe una sorta di rotazione, con le linee di cooperazione militare che supererebbero i diverbi governativi di cui si scriveva sopra). Madama è l’ultima città del Niger in cui i convogli di profughi diretti verso la Libia fanno tappa, ma ci fanno tappa anche i trafficanti di altro genere; addestrare l’esercito nigerino a far fronte a questa situazione è uno degli obiettivi della missione italiana. Circa un mese fa il quotidiano francese Figaro ha pubblicato un reportage dal Sahel, con un giornalista che ha seguito per alcuni giorni i militari del Cos (Commandement des opérations spéciales) inviati da Parigi nell’ambito di una missione iniziata con discrezione quattro anni fa che prende il nome di Sabre; l’ambito è l’operazione regionale Barkhane, ma Sabre è una missione con interesse terroristico. I francesi vogliono dare la caccia ai leader dei gruppi che attaccano i continenti Onu nella zona e sono collegati alle sigle del terrorismo internazionale come al Qaeda o l’Isis. Gli americani fanno lo stesso. L’Italia in definitiva seguirà attività simili. D’altronde nella missione italiana in Niger convergono le energie spese finora in Iraq, dove lo Stato islamico è una minaccia ridimensionata: i soldati italiani saranno impegnati in attività simili, addestramento e contemporaneamente individuazione di target di alto profilo fuori dalle basi.

Emanuele Rossi

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