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Vietato l’ingresso alle auto cinesi. La rivolta dei costruttori americani

I costruttori Usa e non solo vogliono che Trump vieti l'ingresso alle auto cinesi anche nel caso in cui impiantassero fabbriche e filiere di valore negli Stati Uniti, portando investimenti e occupazione. Il presidente americano finora ha tenuto però tutt'altra linea

Il divieto che l’amministrazione Biden aveva imposto alle auto smart di Pechino e dintorni (basato su timori legati alla cybersecurity), ulteriormente rafforzato dai dazi di Donald Trump non deve essere scalfitto. A dirlo sono i principali produttori a stelle e strisce e non solo, che temono che la Cina “aggiri” le restrizioni americane impiantando le proprie filiere di valore su suolo statunitense, esattamente come sta facendo in Europa.

LE AUTO CINESI SI PREPARANO AD AGGIRARE IL MURO COMMERCIALE

Una mossa per la verità caldeggiata dagli stessi legislatori occidentali, dato che l’apertura delle fabbriche almeno su carta dovrebbe portare investimenti, know-how e posti di lavoro ma evidentemente ostacolata dai costruttori che vorrebbero fare degli Stati Uniti un mercato “de-cinesizzato”, privo cioè della feroce concorrenza cinese.

LA PAURA CHE SI RIPETA QUANTO VISTO IN CINA (E IN EUROPA)

I marchi del Dragone, del resto, non contenti di aver fatto esplodere una spietata guerra dei prezzi in Cina, che ha finito col travolgere i loro stessi bilanci (si vedano i conti di Byd) e che probabilmente a breve causerà la sparizione di un centinaio di costruttori fin qua foraggiati col denaro pubblico, l’hanno esportata pure in Europa con conseguenze che rischiano di essere deleterie anzitutto per i costruttori locali, già acciaccati dalla crisi.

LE LAGNANZE DEI COSTRUTTORI USA

Le Case americane, ugualmente acciaccate dalla disastrosa bolla delle vetture alla spina, al momento hanno bisogno di tutto fuorché di rivali agguerrite con capitali a sufficienza per iniziare a lesinare sul prezzo dei listini. Per questo salgono sulle barricate.

La Alliance for Automotive Innovation (che rappresenta, tra i tanti, GM, Ford, Stellantis, ma pure Toyota e Volkswagen), la National Automobile Dealers Association, la Autos Drive America, la American Automotive Policy Council e la MEMA, l’associazione dei fornitori, hanno preso carta e penna per chiedere a Trump di non concedere loro l’apertura di fabbriche nei 50 Stati.

IL PRESIDENTE VUOLE BEN ALTRO

Una grana per la Casa Bianca che coi dazi mirava proprio ad attrarre la produzione cinese su suolo americano, non a caso il presidente americano al Detroit Economic Club aveva proprio auspicato l’ingresso di marchi dell’auto extra Usa nel mercato attraverso la creazione di filiere di valore che portassero ricchezza e occupazione.

Per i marchi e i fornitori statunitensi, però, le Case automobilistiche cinesi anche producendo negli Usa scatenerebbero solo una rincorsa al prezzo più basso, condizione che attualmente le realtà americane non sarebbero in grado di affrontare.

LA REPLICA DELLA CINA

Furente l’ambasciata cinese a Washington che in una nota ha ribadito che il successo globale delle vetture che sgommano dal Dragone non è certo dovuto a pratiche concorrenziali sleali ma alla competitività tecnologica delle strumentazioni di bordo e all’alta qualità dei prodotti.

Peraltro, dall’ambasciata si ricorda anche che la Cina ha sempre tenuto aperto il proprio mercato ai marchi statunitensi che negli anni hanno ampiamente beneficiato di quegli introiti.

VERSO UNA TIKTOK USA DELL’AUTO?

Ricostruzione vera solo in parte: fino a pochi anni fa Pechino costringeva infatti le Case occidentali che volevano aprire fabbriche nel Paese per il basso costo della manodopera ad aprire joint venture con le omologhe autoctone (così si ha avuto quel trasferimento di know how alla base oggi del successo delle auto made in China).

Gli Usa recentemente hanno fatto altrettanto (spingendosi per la verità oltre) con la cinese ByteDance. Una sorta di modello TikTok, insomma, che potrebbe forse essere replicato anche per il mondo dell’auto visti i timori americani legati all’uso dei dati raccolti dalle auto cinesi. E proprio per questo i costruttori locali sono in allarme.

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