Mobilità

Via della Seta, le mire della Cina sull’Italia, le tensioni nel governo Conte e la frase della discordia nel documento in fieri che fa imbufalire gli Stati Uniti

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Via della Seta

Che cosa si dice nel governo e nella diplomazia sulla Via della Seta e sulla prossima visita di Xi a Roma. Fatti, indiscrezioni e approfondimenti

 

Tensioni nel governo M5S-Lega sulla Via della Seta e sui rapporti con la Cina. E anche all’interno dei partiti che sostengono l’esecutivo giallo-verde.

Se il Movimento 5 Stelle spinge per far rientrare l’Italia a pieno titolo nei progetti infrastrutturali cinesi della Via della Seta, la Lega non è particolarmente entusiasta (anche se proprio un sottosegretario in quota Lega, Michele Geraci del ministero dello Sviluppo economico, è più propenso verso la Cina).

Le tensioni solcano anche i ministeri: il Mise guidato da Luigi Di Maio è attento a far rientrare l’Italia nella Via della Seta, mentre gli Esteri con Enzo Moavero Milanesi condividono l’impostazione critica degli Stati Uniti.

L’ambasciata americana a Roma, infatti, segue con attenzione il dossier. C’è una frase del documento in fieri tra Italia e Cina, in vista della visita di Xi a Roma, che preoccupa la Casa Bianca: “Community of shared future for mankind/community of common destiny”.

Se un contenuto del genere farà parte degli accordi fra Roma e Pechino, gli Stati Uniti sono pronti a un fuoco di fila contro l’Italia, dice un addetto ai lavori che preferisce l’anonimato.

Ma da dove nascono le ultime polemiche? Vediamo.

CHE COSA HA SCRITTO IL FINANCIAL TIMES

L’Italia si prepara a diventare il primo Paese del G7 a sostenere formalmente la ‘Belt and Road’, la nuova Via della Seta voluta dal presidente cinese Xi Jinping, in una mossa che ha ricevuto un duro responso dalla Casa Bianca e che è destinata a causare allarme a Bruxelles. Lo riporta il Financial Times citando il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, secondo cui Roma si prepara a firmare un MoU di supporto al piano infrastrutturale per fine marzo durante la visita di Xi in Italia. “Il negoziato non è ancora completato, ma è possibile sia concluso in tempo per la visita di Xi – ha detto Geraci -. Vogliamo assicurarci che i prodotti del made in Italy possano avere più successo in termini di volumi di export verso la Cina, che è il mercato a crescita più veloce al mondo”. L’ipotesi era stata ventilata a Shanghai lo scorso novembre dal vicepremier Luigi di Maio. “L’idea è quella di firmare (il memorandum, ndr) in Sicilia”, aveva detto, auspicando la mossa potesse aiutare l’Italia, come primo Paese del G7 ad aderire “a questo percorso”, a “incrementare i rapporti tra le nostre aziende e quelle cinesi”.

LA REAZIONE DELLA CASA BIANCA

La mossa dell’Italia, tuttavia, ha provocato la reazione critica della Casa Bianca, secondo cui la Belt and Road difficilmente sarebbe d’aiuto all’Italia dal punto di vista economico contro un significativo danno d’immagine. “Vediamo la Belt and Road come un ‘made by China, per l’iniziativa della Cina”, ha commentato con il quotidiano della City, Garrett Marquis, portavoce del National Security Council della Casa Bianca. “Siamo scettici sul fatto che il sostegno del governo italiano porterà benefici sostanziali agli italiani e potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia sul lungo periodo”, ha aggiunto Marquis. I funzionari Usa hanno sollevato timori su quella che il portavoce ha definito gli effetti negativi della “diplomazia infrastrutturale della Cina”, sollecitando “tutti i partner e gli alleati, inclusa l’Italia, a premere sulla Cina per portare i suoi sforzi sugli investimenti globali in linea coi riconosciuti standard internazionali e le migliori pratiche. Il sostegno di Roma alla Belt and Road potrebbe minare il pressing di Washington su Pechino in merito al commercio e creare problemi agli sforzi di Bruxelles per superare le divisioni e trovare una posizione condivisa sul migliore approccio possibile verso gli investimenti cinesi”.

LE PAROLE DEL PORTAVOCE DEGLI ESTERI CINESE

“Penso che i giudizi siano davvero assurdi. Come grande Paese e grande economia, l’Italia sa dove si trova il suo interesse e può fare politiche indipendenti”: lo dice il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lu Kang sul duro responso della Casa Bianca – riportato dal Financial Times – sui colloqui alle battute finali per l’adesione di Roma alla Belt and Road. Secondo Garrett Marquis, portavoce del National Security Council della Casa Bianca, l’iniziativa “potrebbe danneggiare la reputazione globale dell’Italia”.

LE PRECISAZIONI DEL SOTTOSEGRETARIO GERACI

Non mi risulta alcuna irritazione degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia: non ho avuto alcuna comunicazione dell’ambasciata. Quando avrò questa notizia potrò commentarla”. Lo afferma il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci (quota Lega), che ricorda anche come il Memorandum al centro delle polemiche “è ancora in fase negoziale” e che quindi “potrebbe essere firmato o meno”. Il sottosegretario osserva comunque che questo documento “è una semplice cornice, non prevede alcun obbligo, né fondi”, ma solo “un opzione che le aziende italiane possono o meno esercitare”.

L’AUSPICIO DELLA CINA

“Osserviamo che molti Paesi hanno aderito alla Belt and Road e ne beneficiano, ma certi Paesi dicono ad altri che è un male aderire alla Belt and Road e di rifletterci sopra”, ha rilevato Lu nel media briefing quotidiano, parlando dell’attenzione riscossa su scala internazionale dalla “nuova Via della Seta”, il progetto infrastrutturale per connettere via terra e mare l’Asia all’Europa e all’Africa, presentato per la prima volta nel 2013 dal presidente Xi Jinping. “La Cina parla di prospettive e di possibilità per gli altri Paesi nell’aderire a questo progetto, ma se questo e’ stato fatto tra Cina e Italia, quando avremo informazioni saremo lieti di comunicarle”, ha concluso il portavoce.

IL DIBATTITO NEL GOVERNO

Nel governo M5S-Lega non c’è ancora una posizione definita sul dossier. Infatti se il Mise sta accelerando per arrivare presto ai progetti infrastrutturali, la Farnesina è più prudente anche per venire incontro alle preoccupazioni dell’amministrazione americana, ha scritto Gerardo Pelosi del Sole 24 Ore.

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