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Perché la cinese Didi abbandona Wall Street

Didi

Gli azionisti di Didi votano per il delisting dalla Borsa di New York sulla scia del repressione tecnologica cinese. Fatti, numeri e analisi

 

La “Uber cinese” cede al braccio di ferro con Pechino: è addio a Wall Street per Didi Global.

Il colosso cinese dei trasporti urbani Didi Global abbandonerà la borsa di New York con l’approvazione dei suoi azionisti. Lo ha fatto sapere la stessa società, precisando di aver già notificato la decisione a Wall Street e annunciando che il “delisting” sarà formalizzato alla Sec — la Consob americana — dopo il 2 giugno. Dieci giorni dopo non sarà più possibile trattare le azioni della compagnia cinese negli Usa.

Al debutto al Nasdaq lo scorso giugno la società di ride hailing aveva raccolto 4,4 miliardi di dollari.  Si è trattato della più grande offerta pubblica iniziale statunitense di una società cinese dal debutto di Alibaba nel 2014. Tuttavia, il titolo è crollato pochi giorno dopo a causa delle rivelazioni di un’indagine cinese sull’app Didi riguardo la sicurezza dei dati.

“Quell’indagine ha reso l’azienda un manifesto per la repressione di Pechino sulle società tecnologiche” sottolinea la Cnn. Dall’Ipo, le azioni di Didi hanno perso il 90%, polverizzando 60 miliardi di dollari dal suo valore di mercato.

Ma i guai per la società cinese non si esauriscono in patria. Didi è anche oggetto di esame negli Stati Uniti. All’inizio di questo mese, la società ha rivelato di essere oggetto di indagine da parte della Sec per la sua Ipo americana.

Quindi il voto degli azionisti apre la strada all’azienda per lavorare con le autorità di regolamentazione cinesi che chiedono una revisione dei suoi sistemi di dati. Ciò consentirebbe alla società di iniziare a prepararsi per una quotazione sulla piazza di Hong Kong. Ovvero “il miglior risultato che gli investitori hanno affermato di poter sperare” sottolinea Bloomberg.

IL DELISTING AMERICANO ALLA PROVA DEL VOTO DEGLI AZIONISTI

Il 96% degli azionisti di Didi ha votato a favore del delisting negli Stati Uniti nel tentativo di rilanciare gli affari in Cina. L’azienda era stata negli ultimi mesi gravemente danneggiata dalla stretta regolatoria decisa dalle autorità cinesi sui colossi tecnologici e ieri, nel corso della riunione con gli azionisti, ha spiegato di dover lasciare Wall Street prima di risolvere le questioni pendenti a Pechino.

IL GIRO DI VITE DELLE AUTORITÀ CINESI

I problemi per la Uber cinese sono arrivati con la decisione delle autorità cinesi — due giorni dopo la quotazione a Wall Street — di impedire a nuovi utenti di scaricare l’app, per la preoccupazione per la raccolta di dati personali degli utenti.

Successivamente la Cyberspace Administration of China, l’agenzia di sicurezza cinese per la regolamentazione, censura e supervisione di Internet ha accusato Didi di aver infranto le leggi sulla privacy e di aver posto rischi per la sicurezza informatica. Le mosse delle autorità cinesi state anche ampiamente viste come una punizione per la decisione della società di quotarsi all’estero invece che in Cina, segnala la Cnn.

Ciò ha provocato una raffica di azioni normative contro la gig-economy e le società Internet in Cina, culminate nella decisione di costringere Didi a ritirarsi dal listino da New York e scambiare invece a Hong Kong.

I CONTI

Inoltre, la repressione normativa ha colpito l’attività domestica di Didi. La società ha registrato una perdita di 4,7 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2021. Le sue entrate sono diminuite dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima.

IL COMMENTO DEGLI ANALISTI

“Questa notizia è ben prevista ed è una sorta di manifestazione di sollievo”, ha affermato Brendan Ahern, chief investment officer di Krane Fund Advisors LLC. “La mossa […] pone la domanda se e quando la società potrebbe rimettersi in vendita e si è parlato della potenziale rimessa in borsa della società alla borsa di Hong Kong”.

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