L’amministratore delegato della casa automobilistica americana Ford, Jim Farley, ha detto che è necessario impedire ai cinesi di vendere i loro veicoli negli Stati Uniti, altrimenti le conseguenze per la manifattura nazionale sarebbero “devastanti”.
LE AUTO ELETTRICHE CINESI IN NORDAMERICA
Le automobili elettriche cinesi, economiche e di buona qualità, sono state di fatto espulse dal mercato statunitense attraverso un dazio del 100 per cento. Lo stesso non vale per il resto del Nordamerica, però, al quale gli Stati Uniti sono legati da un trattato di libero scambio: in Messico, su dieci veicoli elettrici e ibridi plug-in venduti, sette sono modelli prodotti dalla casa automobilistica cinese Byd; il Canada, invece, ha firmato recentemente un accordo con la Cina per l’importazione di 49.000 auto all’anno.
“Spero proprio che non le permetteremo di varcare il confine”, ha dichiarato Farley riferendosi alle auto cinesi giunte in Canada. A suo dire, l’amministrazione di Donald Trump dovrebbe sfruttare i negoziati per la revisione del trattato commerciale nordamericano per inserire un divieto di ri-esportazione negli Stati Uniti dei veicoli cinesi presenti in Messico e in Canada.
TRA CONCORRENZA E SICUREZZA
Oltre a criticare gli incentivi pubblici ricevuti in patria dalle case automobilistiche cinesi, che distorcono la concorrenza con i costruttori statunitensi, Farley pensa anche che i veicoli cinesi vadano tenuti lontano dagli Stati Uniti per ragioni di sicurezza. “Tutti questi veicoli hanno decine di camere e possono raccogliere un sacco di dati”, anche sensibili, ha detto.
COSA FARÀ TRUMP?
Le parole del capo di Ford sono indirizzate al presidente Trump, che lo scorso gennaio, durante il Detroit Economic Club – Detroit era, un tempo, il polo indiscusso dell’industria automobilistica statunitense -, ha detto di essere disposto a “far entrare la Cina” negli Stati Uniti a patto che apra degli stabilimenti e che dia lavoro a operai americani. Farley, però, vorrebbe veder adottato un approccio simile a quello implementato dal Partito comunista di Pechino: i costruttori automobilistici cinesi, cioè, andrebbero obbligati a creare delle joint venture con le case statunitensi, che ne controlleranno la maggioranza delle quote (anche nell’ottica di favorire un trasferimento tecnologico sulla mobilità elettrica).
A maggio Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare il presidente cinese Xi Jinping.
NON SOLO FORD: LE CASE AMERICANE CONTRO I MARCHI CINESI
Le case automobilistiche statunitensi, spiegava Startmag, “al momento hanno bisogno di tutto fuorché di rivali agguerrite con capitali a sufficienza per iniziare a lesinare sul prezzo dei listini. Per questo salgono sulle barricate” contro le società cinesi.
“La Alliance for Automotive Innovation (che rappresenta, tra i tanti, GM, Ford, Stellantis, ma pure Toyota e Volkswagen), la National Automobile Dealers Association, la Autos Drive America, la American Automotive Policy Council e la MEMA, l’associazione dei fornitori, hanno preso carta e penna per chiedere a Trump di non concedere loro l’apertura di fabbriche nei 50 Stati”.
“Per i marchi e i fornitori statunitensi […], le Case automobilistiche cinesi anche producendo negli Usa scatenerebbero solo una rincorsa al prezzo più basso, condizione che attualmente le realtà americane non sarebbero in grado di affrontare”.







