Skip to content

automotive

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Tutte le tensioni tra Mef e Mimit sul Fondo Automotive

Il ministero delle Imprese ha presentato il Dpcm sul Fondo Automotive il 30 gennaio scorso. Da allora, però, il provvedimento è fermo al ministero dell'Economia, tra le preoccupazioni del settore.

Il nuovo Fondo Automotive è pronto da mesi, ma il via libera definitivo non è ancora arrivato. Il decreto che dovrebbe programmare fino al 2030 le risorse destinate alla filiera italiana dell’automobile è fermo al ministero dell’Economia, in attesa dell’approvazione della Ragioneria generale dello stato. Un rallentamento che preoccupa imprese e associazioni di settore, mentre la transizione all’elettrico continua a mettere sotto pressione il settore.

IL DPCM PRESENTATO IL 30 GENNAIO

Lo schema di decreto (Dpcm) è stato presentato il 30 gennaio scorso dai tecnici del ministero delle Imprese, guidato da Adolfo Urso. Il provvedimento definisce la programmazione pluriennale del Fondo Automotive fino al 2030, con una dotazione complessiva di 1,6 miliardi di euro.

CHE COS’È IL FONDO AUTOMOTIVE

Il Fondo Automotive è lo strumento creato dal governo per sostenere la trasformazione dell’industria automobilistica italiana. Nato durante il governo di Mario Draghi e rifinanziato negli anni successivi, il fondo serve a finanziare investimenti industriali, ricerca, riconversione produttiva e incentivi legati alla transizione tecnologica del settore.

Negli ultimi anni le risorse sono state utilizzate soprattutto per i bonus all’acquisto di veicoli, ma il nuovo impianto voluto dal ministero delle Imprese punta a spostare il focus dalla domanda all’offerta: l’obiettivo dichiarato è infatti il rafforzamento della filiera produttiva, in particolare il segmento della componentistica, quello più esposto alla riconversione verso l’elettrico (i modelli a batteria contengono generalmente meno parti di quelli con motore termico).

Il nuovo piano destina circa il 75 per cento delle risorse agli interventi per le imprese. Il capitolo principale riguarda gli accordi per l’innovazione, finanziati con 750 milioni per progetti di ricerca e sviluppo. A questi si aggiungono i contratti di sviluppo per sostenere investimenti produttivi e riconversioni industriali, con particolare attenzione ai cosiddetti mini-contratti rivolti alle piccole e medie imprese dell’indotto.

Sul fronte della domanda, invece, le risorse sono più limitate. Una parte significativa è destinata agli incentivi per i veicoli commerciali leggeri, considerati strategici per la logistica urbana e per il rinnovo delle flotte aziendali.

CHE SUCCEDE AL MEF?

Dopo il confronto con le associazioni della filiera e il parere favorevole del ministero delle Infrastrutture, il provvedimento si è però fermato al ministero dell’Economia, guidato da Giancarlo Giorgetti.

Per il settore il ritardo sta diventando un problema serio. Le aziende chiedono da tempo un quadro stabile di incentivi e strumenti industriali, soprattutto in una fase in cui gli altri paesi membri dell’Unione europea – come Francia, Germania e Spagna – stanno accelerando sugli aiuti alla riconversione dell’automotive e sull’attrazione di investimenti legati alle batterie e alle tecnologie elettriche.

LE TENSIONI TRA GIORGETTI E URSO

Il rallentamento del Fondo Automotive si inserisce in un rapporto teso tra i ministeri delle Imprese e dell’Economia: negli ultimi mesi, infatti, le differenze tra Urso e Giorgetti sono emerse più volte, soprattutto sui dossier industriali.

Lo scontro più significativo è stato quello su Transizione 5.0, il programma di incentivi per la digitalizzazione e l’efficientamento energetico delle imprese italiane. Il ministero dell’Economia aveva ridotto drasticamente i fondi, riducendoli a 537 milioni e innescando una dura reazione di Confindustria; la crisi è rientrata con l’intervento del ministero delle Imprese, che ha portato la risorse a 1,5 miliardi (cioè 200 milioni in più rispetto a quanto originariamente previsto).

– Per approfondire: Pace fatta tra governo e Confindustria su Transizione 5.0. Ma con quali soldi?

Più in generale, negli ultimi anni il ministro Urso ha cercato di costruire un rapporto stretto con Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali, insistendo sulla necessità di una politica industriale più aggressiva per difendere la produzione italiana. Giorgetti, invece, ha mantenuto una linea più prudente sul fronte della spesa pubblica.

Torna su