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Auto EV, le tedesche in fuga dalla Cina ora investono negli Usa

Tedesche Cina

La guerra in Ucraina e il ritorno a un mondo diviso in blocchi contrapposti spinge le auto tedesche a una brusca inversione a “U”: investire negli Usa, diminuendo la dipendenza dalla Cina. Nessuno, però, pensa all’Europa, come chiede la Francia

Tra tutte le Case automobilistiche europee, le tedesche negli anni passati sono quelle ad aver tessuto i rapporti più stretti con Pechino, creando numerose joint-venture con marchi cinesi. E ancora adesso la situazione resta di grande collaborazione, se si pensa che, secondo il Times, BMW sarebbe pronta a spostare la produzione delle sue Mini elettriche dal Regno Unito alla Cina, mentre Volkswagen ha appena siglato nuovi accordi con software house del Dragone per lo sviluppo di programmi per la guida autonoma e l’auto smart.

Ma qualcosa di sta muovendo. Le tensioni geopolitiche inquietano Berlino e non solo perché rischiano di farle passare un inverno al freddo (sempre VW ha iniziato ad allocare altrove la produzione per prepararsi a eventuali stop energetici imposti dal governo), ma anche perché un mondo diviso in blocchi contrapposti potrebbe pure rendere meno vantaggiose le alleanze con la Cina.

Se per la Francia, la soluzione migliore sta, senza troppe sorprese, nello sciovinismo e chiede a gran voce a Bruxelles di tirare fuori gli artigli nei rapporti con la Cina e gli USA, la Germania preferisce iniziare ad aumentare gli investimenti negli USA, anche per non essere tagliata fuori dalle recenti misure protezionistiche volute da Washington.

IL MAXI PIANO CHE ELETTRIZZA BMW

BMW è intenzionata a investire 1,7 miliardi di dollari nel suo più grande impianto di produzione al mondo a Spartanburg che, nonostante il nome, non si trova in Germania ma negli States, precisamente nella Carolina del Sud. L’amministratore delegato Oliver Zipse ha annunciato che l’azienda intende costruire almeno sei auto completamente elettriche entro il 2030, riconvertendo l’impianto americano che oggi dà lavoro a 11.000 dipendenti, con una capacità produttiva di 450.000 veicoli all’anno.

 

Inoltre, BMW intende avviare una produzione di batterie in Nord America così da rientrare a pieno titolo tra i beneficiari degli incentivi americani e, contemporaneamente, ridurre la sua dipendenza dalla Cina. Infatti, del miliardo e sette messo sul piatto, 700 milioni di dollari saranno destinati allo sviluppo della produzione di batterie proprietarie dall’aspetto simile a quelle di Tesla: allungate, rettangolari, montate nel pavimento del veicolo. La batteria sarà assemblata in padiglioni da 93.000 metri quadrati.

Attualmente, BMW vende quasi un terzo dei suoi veicoli nella Repubblica Popolare: il nuovo investimento è una sterzata decisa nella speranza di penetrare maggiormente il mercato statunitense. “La presenza costante ed efficace di BMW nella Carolina del Sud dimostra la forza della partnership e dell’impegno condiviso per il successo dell’industria automobilistica nel nostro Stato”, ha dichiarato il governatore della Carolina del Sud Henry McMaster.

LE ALTRE TEDESCHE PRESENTI IN CINA MA CHE GUARDANO AGLI USA

Anche Volkswagen, con lo scoppio della guerra in Ucraina e il progressivo deteriorarsi dei rapporti tra Est e Ovest ha iniziato a guardarsi attorno, soprattutto con riferimento alle materie prime per le batterie, cruciali nella strategia di elettrificazione del marchio. L’azienda di Wolfsburg, temendo possibili imbuti simili a quello dei semiconduttori, ha iniziato a stringere accordi coi colossi minerari canadesi e ha aperto un proprio laboratorio di batterie a Chattanooga, nel Tennessee. Un’altra tedesca che sta guardando sempre più agli States è Mercedes-Benz, che collabora con Envision (la stessa della partnership di BMW) anche nello stabilimento di Tuscaloosa, in Alabama.

COME MAI STABILIMENTI TANTO LONTANI DA DETROIT?

“Persa” (si fa per dire, come abbiamo detto gli investimenti continuano) la Cina, che offriva, inutile girarci attorno, condizioni di lavoro favorevoli soprattutto agli industriali, più che ai dipendenti, ora si guarda al Sud degli Stati Uniti dove per tradizione storica i sindacati sono quasi inesistenti. Si spiega insomma perché i marchi europei si stiano tenendo ben lontani da Detroid, capitale mondiale dell’auto, e dei sindacati, che pure già offre le infrastrutture idonee per una produzione industriale pesante (a questo, comunque, si aggiunge che i governatori del Sud stanno offrendo gli incentivi migliori ai marchi stranieri).

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