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Udca, tutto sul farmaco italiano che va a ruba in Cina

Udca Cina

In Cina è scattata la corsa al farmaco per sindromi legate al fegato a base di Udca, un principio attivo il cui maggiore produttore si trova in Emilia Romagna. I medici lo stanno prescrivendo a tutti contro il Covid ma ecco cosa dice (realmente) uno studio su Nature. Tutti i dettagli

 

Udca, abbreviazione di acido ursodesossicolico, è il principio attivo di un farmaco indicato per sindromi epatiche e biliari. Il suo primo produttore al mondo, secondo il Corriere della sera, è di Reggio Emilia ma in Cina, dove non mancano le fabbriche per assemblarlo, sta letteralmente andando a ruba da quando sembra che abbia anche degli effetti nella prevenzione del Covid.

COS’È L’UDCA

L’Udca, o acido ursodesossicolico, è un preparato a base di acidi biliari naturalmente presenti nell’organismo, che è in grado di solubilizzare il colesterolo nella bile.

A COSA SERVE

Questo medicinale, spiega l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), viene usato negli adulti per trattare le alterazioni della produzione della bile da parte del fegato e per migliorare la solubilità del colesterolo, sia per evitare la formazione di calcoli che per facilitarne lo scioglimento.

Non è efficace contro tutti i tipi di calcoli, ma soltanto verso quelli non visibili ai raggi X (radiotrasparenti); in particolare, calcoli di colesterolo alla colecisti e calcoli nel dotto biliare. Viene anche utilizzato per trattare problemi digestivi dovuti a malfunzionamento della cistifellea (dispepsie biliari).

CHI LO PRODUCE

Il primo produttore al mondo di Udca, stando al Corriere, si chiama Industria Chimica Emiliana (Ice) ed è di Reggio Emilia.

La Ice, inizialmente azienda a gestione familiare, è stata fondata dai coniugi Walter e Ida Bartoli nel 1949 ma è stata poi ceduta dai figli, Enzo e Maurizio, nel 2019 al fondo d’investimento statunitense Advent International per 700 milioni di euro. Come ha raccontato Enzo Bartoli in un’intervista del 2019, “alla fine del 2018, ci siamo avvalsi della società Pricewaterhouse che organizzò una sorta di offerta per manifestazione di interesse alla quale partecipò il fondo Advent International”.

Dall’intervista si apprende anche che la Ice, partita con un fatturato di 20 milioni di vecchie lire e 2 dipendenti nel 1974, nel 2019 ne contava 1.000 fra Italia, Usa, Brasile, India, Argentina, Uruguay, Paraguay e aveva un bilancio consolidato di circa 230 milioni di euro.

PERCHÉ ICE È STATA CEDUTA

Bartoli, motivando la decisione di interrompere l’attività imprenditoriale, già tre anni fa spiegava che era impossibile non tenere conto dei “continui ed importanti aumenti di prezzo” legati alla materia prima “che sono ricaduti sul prodotto finito, che si sta rivelando troppo caro per le aziende farmaceutiche, aziende che, a loro volta, sono sottoposte a controlli dei prezzi dalle organizzazioni sanitarie di ciascun paese che al contrario sostengono politiche di diminuzione degli stessi”.

“Non da ultimo – aggiungeva Bartoli -, la concorrenza cinese inizia a farsi sentire”. Cina e India insieme rappresentano infatti oltre il 60% della fornitura di ingredienti farmaceutici attivi a livello globale. E il Corriere afferma che “nel decennio fino al 2020 l’export farmaceutico della Repubblica popolare era aumentato fino a rendere l’Europa del tutto dipendente da esso. Il fatturato nel mondo dell’industria farmaceutica cinese era quadruplicato a 120 miliardi di dollari l’anno (secondo i dati dell’Ocse di Parigi)”.

LA PRODUZIONE DI FARMACI IN CINA

Però, come Start scriveva due settimane fa, in Cina, dove la domanda di medicine sta avendo un’impennata da quando le restrizioni anti Covid sono cadute e i contagi hanno iniziato a diffondersi a macchia d’olio, si stava assistendo a una forte carenza di farmaci, con conseguenze per tutto il mondo.

Ora, secondo i dati delle autorità cinesi riportati da SkyTg24, “la produzione di medicinali è accelerata, con farmaci come ibuprofene e paracetamolo che hanno raggiunto quota 190 milioni di pastiglie al giorno: cinque volte la quantità prodotta all’inizio di dicembre, quando, a seguito degli allentamenti a livello nazionale, le farmacie delle grandi aree urbane erano rimaste senza scorte” e “la produzione di kit per il tampone ha raggiunto invece quota 110 milioni al giorno, il doppio rispetto a inizio dicembre”.

Intanto, la Cina ha ceduto all’importazione condizionata dell’antivirale molnupiravir di Merck e l’Unione europea è in attesa di una risposta circa la sua offerta di inviare gratuitamente dosi di vaccini a mRNA.

TUTTI PAZZI PER L’UDCA

Ma secondo un’analisi di Scrip Intelligence, citata da Adnkronos, in Cina sarebbero tutti a caccia dell’Udca. A quest’ultima tendenza potrebbe aver contribuito uno studio pubblicato all’inizio di dicembre su Nature da due ricercatori dello Stem Cell Institute di Cambridge, Teresa Brevini e Fotios Sampaziotis.

La ricerca sostiene che l’Udca potrebbe essere utile per prevenire l’infezione da Covid o renderne i sintomi più lievi. Tuttavia, gli stessi autori dichiarano che i risultati osservati dovranno essere confermati in studi clinici più ampi e che, in ogni caso, il farmaco non potrebbe sostituirsi alla vaccinazione.

Ma le raccomandazioni degli esperti non hanno comunque impedito ai produttori cinesi di medicinali di gioire. Infatti, come riferisce Scrip Intelligence, “Xuantai Pharma e New China Pharma hanno visto i prezzi delle azioni salire con rialzi tra il 53% e il 69% nelle scorse settimane”.

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