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Chi e come vuole rivoluzionare i medici di famiglia

Medici Famiglia

La riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr passa anche dal nuovo ruolo dei medici di famiglia. Ecco cosa ipotizza la norma allo studio del ministero della Salute

 

Il lavoro dei medici di famiglia non sarà più quello di una volta. Da liberi professionisti, regolati da una convenzione con il Servizio sanitario nazionale (Ssn), a “para-subordinati”.

Ecco cosa prevede la norma allo studio del ministero della Salute che potrebbe essere inserita come emendamento nel decreto Pnrr 2.

CHI VUOLE RIVOLUZIONARE IL RUOLO DEI MEDICI DI FAMIGLIA

Per ministero della Salute e Regioni, affinché i medici di famiglia si integrino con la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal Pnrr – dalla quale nasceranno le Case della Comunità – è necessario rivedere il loro ruolo.

COME?

La norma allo studio del Ministero prevede di introdurre un orario per i medici di famiglia di 38 ore settimanali, di cui 20 da dedicare ai propri studi come libero professionista e 18 da svolgere nelle Case di comunità come dipendente pubblico.

LA PROPOSTA DI LETIZIA MORATTI

La vicepresidente della Lombardia e vicecoordinatrice della Commissione salute delle Regioni, Letizia Moratti, ha dichiarato in un’intervista a Class Cnbc di essersi “adoperata con il governo, con gli ordini professionali e i sindacati più rappresentativi per arrivare a un testo che dovrà essere vincolante per il prossimo accordo collettivo nazionale”.

Moratti, riferisce Quotidiano Sanità, ha spiegato che il testo dovrebbe prevedere la possibilità per le Regioni – sempre nel rispetto dello status di liberi professionisti dei medici di medicina generale – di avere, in un regime di para-subordinazione, “un certo numero di ore per poterli indirizzarli verso le case di comunità e gli ambiti carenti”.

L’ITER LEGISLATIVO

Questa riforma, ricorda Quotidiano Sanità, “avrà bisogno di un passaggio normativo per modificare la Legge Balduzzi e probabilmente anche la 502/92. L’idea è d’inserire la riforma in una norma nel prossimo luglio. Una volta passata la misura sarà poi compito del Comitato di Settore disegnare il nuovo Atto d’indirizzo per aprire formalmente le trattative”.

A CHI NON PIACE LA RIFORMA

A non vedere di buon occhio la riforma sono proprio i medici di famiglia che, come si legge nell’articolo, “sentono di aver scampato alla dipendenza ma che sottotraccia mal digeriscono la para subordinazione per la metà del loro lavoro settimanale e ne è la riprova delle velate critiche al modello delle Case della Comunità”.

Senza considerare poi i problemi già evidenziati più volte dalla crescente mancanza di medici di medicina generale che tra pensionamenti e fuga di cervelli sono ormai una specie in via di estinzione.

I RISCHI

“Una scelta sciagurata” l’ha definita sul manifesto Ivan Cavicchi, docente all’Università Tor Vergata di Roma ed esperto di politiche sanitarie, secondo cui la riforma “sega in due il medico senza pensare che così facendo sega in due il cittadino e il malato, la cura, l’idea di assistenza, le relazioni tra malato e medico ecc.”, oltre a compiere un passo in più “verso la privatizzazione dell’assistenza territoriale”.

La proposta di dividere in due i medici di famiglia, secondo Cavicchi, è una scelta “democristiana” per mettere d’accordo tutti, ovvero Regioni e sindacati dimenticando la “centralità del cittadino”.

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