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Chi soccorrerà i pronto soccorso italiani?

Ospedali Pronto Soccorso

Pazienti abbandonati sulle barelle, mancanza di personale, retribuzioni inadeguate. Dimettersi o fuggire all’estero sembrano le uniche opzioni per chi lavora negli ospedali e pronto soccorso italiani. I fatti e le promesse del governo

 

Ospedali e pronto soccorso a tanto così dal collasso, gli eroi della pandemia sono stati dimenticati. “Ultimo appello per salvare i Pronto Soccorso. Poi il Ssn chiude”: è l’allarme lanciato dalla Commissione nazionale Emergenza Urgenza Anaao Assomed in una lettera aperta al ministro della Salute, Roberto Speranza.

UN PROBLEMA BEN RADICATO

Come ha spiegato Salvatore Manca, ex presidente di Simeu, questa situazione disastrosa non è dovuta al Covid e non è nemmeno nuova: “Il Cardarelli [di Napoli, ndr] è sovraffollato da quando io ho cominciato a lavorare oltre trent’anni fa e periodicamente viene fuori la bomba: una volta c’è il caldo, una volta l’influenza, una volta il Covid. Quella è solo benzina sul fuoco, il problema è pre-esistente e va affrontato con soluzioni di sistema, non con servizi scandalistici che lasciano il tempo che trovano, dopo una settimana non se ne ricorda più nessuno”.

DIMISSIONI DI MASSA NEI PRONTO SOCCORSO

I pronto soccorso ricevono ogni anno in media tra i 21 e i 24 milioni di pazienti.

Le condizioni “disumane per i pazienti e disumane per gli Operatori”, scrive Anaao Assomed nella sua lettera, in cui versano i pronto soccorso di tutta Italia hanno portato da gennaio a oggi alle dimissioni di 600 medici dell’emergenza e urgenza.

Agnese Testoni, infermiera del Dipartimento di emergenza-urgenza dell’Asl Roma 4, ha detto all’agenzia di stampa: “Un esodo dei medici dell’emergenza, un primo vacillamento degli infermieri. Le istituzioni devono correre immediatamente ai ripari perché perdere delle professionalità così importanti è un danno per gli utenti e i pazienti”.

Secondo le stime riferite dalla Società italiana di medicina d’emergenza-urgenza (Simeu) e riportate da Askanews, di questo passo ci saranno 5 mila medici in meno entro la fine del 2022.

QUANTI MEDICI MANCANO

Un dato preoccupante considerando che già ora, in Italia, mancano 4.200 tra medici e personale infermieristico da impiegare nei pronto soccorso.

A cui, secondo i numeri Anaao Assomed, dal 2019 al 2021, tra pensionamenti e dimissioni, se ne aggiungono altri 20 mila.

A Roma, per esempio, scrive Il Messaggero riportando l’allarme della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg), “da qui a fine anno, in città, si ritirerà circa il 10% dei medici ora in servizio”, ovvero 250 medici che lascerebbero scoperti circa 250.000 pazienti.

Tra le soluzioni proposte dalla Regione Lazio quella di permettere a ogni singolo medico di avere fino a 1.800 assistiti (contro i 1.500 attuali), restare in servizio a chi ha raggiunto l’età pensionabile e coinvolgere i giovani medici ancora in formazione.

LA PROPOSTA DI ANAAO

Da qui la proposta del presidente Simeu, Fabio De Iaco, di poter impiegare gli specializzandi dal terzo anno per non rischiare di chiudere delle strutture, 15 mila camici bianchi che risolvere temporaneamente l’emergenza.

De Iaco ha chiesto che “a partire dal terzo anno gli specializzandi entrino direttamente negli ospedali inquadrati come dirigenti medici in formazione”.

“Ovviamente – ha proseguito – a ciascuno verrà assegnato un ruolo rapportato al proprio grado di formazione raggiunta, ma i giovani devono poter lavorare anche al di fuori dei Policlinici universitari”.

IL DECRETO CALABRIA E LA POSIZIONE DELLE UNIVERSITÀ

Attraverso il decreto Calabria e un altro provvedimento messo in campo dal ministro Speranza, “già ora i giovani specializzandi potrebbero essere utilizzati negli ospedali, facendo 32 ore di lavoro e 6 di formazione, previa approvazione da parte dell’Università dei progetti formativi”, ha dichiarato il segretario nazionale Anaao Assomed, Carlo Palermo.

Progetti formativi, però, che in realtà sono fermi perché, spiega Palermo, “gli Atenei non li stanno firmando per non perdere forza lavoro”.

I COMPENSI INADEGUATI E LA FUGA VERSO L’ESTERO

Ma oltre a dover subire un carico di lavoro sfiancante, medici e infermieri italiani non ricevono nemmeno un adeguato compenso, soprattutto se paragonato ad altre nazioni, dove spesso molti decidono di emigrare. Secondo La Stampa sono almeno 1.000 ogni anno da dieci anni coloro che fanno le valigie.

Infatti, se da noi lo stipendio medio è di 3.000 euro al mese, 2.500 a inizio carriera, in Europa occidentale si parla di circa 8.000 euro netti.

Come ha ricordato Palermo, il salario accessorio poi – ovvero straordinari, premi, indennità notturne e di festività – è congelato ai livelli del 2017.

ECCO PERCHÉ IL PNRR NON RISOLVERÀ LA CRISI

Come Anaao Assomed ha fatto presente nella missiva inviata al ministro Speranza, i fondi stanziati dal Pnrr non potranno risolvere quella che è già un’emergenza oggi:

“Il grosso degli investimenti previsti con il PNRR andrà per rinforzare la sanità sul Territorio: giusto principio, tante volte invocato come strumento per evitare i congestionamenti dei pronto soccorso. Ma il rinforzo del Territorio ha bisogno di tempo, ha bisogno di creare spesso strutture e risorse partendo da zero. Perciò la pressione sui pronto soccorso, sull’intero Sistema dell’Emergenza, non potrà cessare a breve”.

COSA FARE NEL BREVE TERMINE

La lettera prosegue poi indicando cosa, invece, è necessario fare subito:

“A breve è necessario “ripopolare” gli ospedali, di posti letto e di personale.

A breve occorre dare dignità al lavoro degli operatori (tutti!) riconoscendo un tangibile e stabile incremento economico.

A breve è necessario alleviare i pesanti turni degli operatori riconoscendo riposi compensativi aggiuntivi, come accade per molti altri lavoratori.

A breve è necessario dare riconoscimento che lavorare nell’emergenza–urgenza è un lavoro usurante.

A breve è necessario allargare la piattaforma formativa consentendo anche agli ospedali di essere luogo per la formazione di specialisti, di concerto con le università.

A breve è necessaria un’ulteriore revisione della giurisprudenza che tuteli il delicato lavoro di chi opera nell’emergenza – urgenza, che non deve essere esposto a valanghe di azioni giudiziarie più o meno pretestuose ma che, anche laddove giustificate, andrebbero rapportate alle condizioni di lavoro ed alle responsabili oggettive non dipendenti da negligenza o imprudenza”.

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