Caro direttore,
probabilmente sarai ancora preso dai bagordi di inizio anno, ma dato che ti so appassionato di calcio e soprattutto strenuo difensore (forse pure troppo, come quei giapponesi che si nascondevano nella giungla delle isolette del Pacifico e non si rassegnavano all’idea che nel mentre il mondo fosse cambiato) dell’attività giornalistica “dura e pura”, ti volevo segnalare l’intervento di un collega che ho adocchiato su LinkedIn: Stefano Peduzzi, giornalista di MonzaNews e MercatoLive, lamenta infatti che “Da qualche tempo su Dazn, in diversi campi di Serie B, le interviste di metà partita vengono affidate agli addetti stampa delle società”.
Ora, come sai non sono un tifoso né un amante dello “sport più bello del mondo”, però non ci vuole un Bruno Pizzul per comprendere che quanto detto da Peduzzi anche sul suo blog rappresenti un possibile cortocircuito informativo. Si chiede per esempio il giornalista: “È corretto che, su una piattaforma dove l’utente paga un abbonamento, le domande vengano poste da un rappresentante diretto del club coinvolto?”.
E poi sottolinea: “Chi guarda Dazn non sta consumando contenuti promozionali. Sta pagando per informazione, racconto, mediazione giornalistica. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito: quando chi comunica non è più terzo, ma parte in causa”.
Da profano calcistico, forse troppo abituato al cerimonioso “lei” che echeggia nei Palazzi della politica, mi ha anche sempre sorpreso quel “tu” che i giornalisti di tutte le testate (non solo di Dazn, sia chiaro) rivolgono agli allenatori, che accorcia a mio avviso troppo le distanze tra i media e i club calcistici che comunque – non dimentichiamolo – sono sovente anche società quotate che fatturano milioni. Difficile immaginare un giornalista economico dare del tu al Ceo di una multiutility dell’energia o di un colosso farmaceutico.
Però, non vorrei nemmeno mettere in croce Dazn per un modus che ormai, come scritto da altri giornalisti sempre su LinkedIn, è trasversale in ogni ambito e probabilmente in altri settori risulta solo camuffato meglio anche grazie a quel “lei” che solo in apparenza mantiene le distanze tra chi racconta e chi dovrebbe lasciarsi raccontare. La commistione tra comunicatori/lobbisti e media è in atto da tempo, con i primi che ormai sono parte attiva del sistema (con la scusa che racconterebbero in modo più puntuale dei giornalisti un mondo che conoscono meglio) e non vengono più arginati dalle redazioni come raccontava proprio su Start un articolo che credo avesse centrato il punto, dato che aveva fatto incavolare parecchi attori di quel mondo.
Sempre Start ha raccontato nel corso dei mesi passati gli imbarazzi editoriali delle testate del Gruppo Gedi nel raccontare/edulcorare le alterne fortune di Stellantis offrendo contronarrazioni sull’attività a quattro-ruote di John Elkann spesso curiose e singolari. L’intricato intreccio tra Exor che controlla Gedi, che edita Repubblica è stato spesso oggetto degli interventi social di Carlo Calenda ma soprattutto sarebbe alla base del bubbone esploso con lo sciopero di Repubblica proprio nel corso dell’Italian Tech Week del 2024: “Ci rivolgiamo anche all’editore – e non padrone – di Repubblica John Elkann affinché abbia profondo rispetto della nostra dignità di professionisti e del valore del nostro giornale, testata con una propria storia e identità che non può essere calpestata. La democrazia che ogni giorno difendiamo sulle nostre pagine passa anche dal reciproco rispetto dei ruoli sul posto di lavoro”, scrivevano all’epoca i giornalisti riuniti in assemblea.
Curioso che oggi quello stesso Cdr si aggrappi disperatamente ai calzoni di Elkann (come pure alla gonna della premier Giorgia Meloni) temendo di finire in mano di un editore greco che a conti fatti non sembra poi nemmeno così male e non ha in Italia aziende che lo pongono in odore di nuovi conflitti di interesse… E a fronte di chi, come Riccardo Luna, il giornalista che dirigeva l’omonima sezione hi-tech sul quotidiano e curava l’hub Italian Tech del Gruppo Gedi e l’hub Green and Blue, decide di andarsene improvvisamente, tanti giornalisti restano. Magari bofonchiano qualcosa, ma difficilmente puntano i piedi.
In Italia s’è fatto un gran parlare di “conflitti d’interesse” nel mondo dell’editoria solo quando al governo c’era Silvio Berlusconi: sparito quello il tema è passato di moda. E nel silenzio della politica con ogni probabilità s’è pure ingigantito.
Per questo, direttore, ti disturbo anche nei giorni di quiete di inizio di anno: sarebbe bello se se ne ritornasse a parlare, ma soprattutto se i giornalisti facessero un sano esame di coscienza e mettessero tra i buoni propositi del 2026 quello di non prestarsi ancora a simili giochetti. Dato lo stato in cui versano i principali quotidiani, con visite sempre più a picco, potrebbe pure essere un modo per invertire questo trend comatoso, che invece gli editori mirano a mantenere chiedendo continuamente altri fondi pubblici, mettendo apertamente sul piatto persino le interviste a questo o a quel politico.
Succederà mai?
Un perennemente ottimista
Claudio Trezzano







