Caro direttore,
non so se lo ha notato: nel lessico dei partiti del campo largo dominano i termini “poveri”, “precari”, “ultimi”, “chi soffre e chi non arriva del mese”. Raramente appare il termine “operai”.
Spiegare le ragioni di questo fenomeno richiederebbe qui un discorso troppo lungo. Occorrerebbe raccontare il lungo processo attraverso il quale, nell’arco del quindicennio passato, gli stilemi del linguaggio populista si sono progressivamente affermati nella cultura sociale di quei partiti. Ad esempio: un paese visto spesso quasi sull’orlo dell’indigenza; la scarsa attenzione al problema della produttività; i bassi salari attribuiti quasi esclusivamente alla rapacità del padronato.
Forse chi ha la mia non più verde età ricorda un bel film di Nanni Loy, “Mi manda Picone” (1982). Racconta la frenetica ma vana ricerca di un operaio delle acciaierie di Bagnoli, scomparso in ambulanza dopo essersi dato fuoco davanti al consiglio comunale. Lo spettatore scopre lentamente, attraverso un viaggio tra i misteri di una Napoli che è la trasparente metafora dei vizi nazionali, che quell’operaio faceva mille mestieri diversi e aveva molte vite differenti.
In altre parole, la sua identità sociale non era chiaramente definita, ma era ambigua e sfuggente, quasi inafferrabile. La sensibilità artistica del regista aveva colto acutamente la mutata percezione del lavoro di fabbrica, ormai vissuto come un ripiego e non più come motivo di orgoglio. Dopo un decennio di lotte straordinarie che ne avevano celebrato la centralità, la classe operaia sembrava sulla via del tramonto, come già era stato intuito dai vignettisti di Cipputi, la tuta blu sfidata dalla modernità, e di Gasparazzo, il proletario disincantato e scansafatiche.
Oltre quarant’anni dopo, i dieci milioni di lavoratori dipendenti con qualifiche operaie continuano a essere considerati figli di un dio minore dalla sinistra italiana. Ricevono meno attenzione di quei giovanotti fanatici che si divertono a imbrattare la Barcaccia di Bernini o le tele di Van Gogh.
Eppure non dovrebbe essere difficile capirlo: senza riconquistare il voto -in larga misura e non da ora perduto- delle tute blu (oggi anche bianche o senza tuta alcuna) non si va da nessuna parte.






