Si è appena concluso con numeri molto soddisfacenti il collocamento del Btp Italia Sì, titolo a 5 anni interamente riservato ai risparmiatori al dettaglio. Circa 9 miliardi raccolti (8.842 milioni) e 281.142 contratti registrati in cinque giorni.
Il Mef ha confermato il tasso minimo garantito del 1,60% più il tasso di inflazione nazionale, misurato semestre per semestre fino al 2031, quando ci sarà un ulteriore 0,6% per chi avrà tenuto il titolo fino alla scadenza.
Un’accoglienza molto favorevole da parte del pubblico che ha apprezzato la semplicità rispetto al Btp Italia emesso in passato. Infatti, non c’è rivalutazione del capitale ma solo adeguamento del tasso della cedola e la scadenza a 5 anni offre un più rassicurante orizzonte temporale.
Per un confronto, l’ultima emissione del Btp Italia (con tasso minimo garantito del 1,85% e durata 7 anni) si era fermata a 6,5 miliardi in tre giorni ed era arrivata a 8,8 miliardi con gli investitori istituzionali.
Tutto bene, dunque? Sì, ma con alcune (importanti) istruzioni per l’uso.
Innanzitutto, di fronte a tale mobilitazione del risparmio nazionale, c’è solo da recriminare di fronte alla discutibile scelta di farsi incatenare dalla Ue con i prestiti del Pnrr, di dubbia convenienza e assistiti da condizioni capestro che ci vincoleranno fino al 2058. Il Mef ha dimostrato di saper fare prima e meglio.
In questi giorni sono circolate previsioni mirabolanti circa il tasso “finito” lordo (quindi inclusivo dell’inflazione) del titolo. Con un’inflazione del 2-2,5%, potrebbe oscillare tra il 3,60% e il 4,10%. Se si pensa che oggi il Btp con pari scadenza a tasso fisso rende circa il 3,10%, si tratta di un buon affare per proteggersi dall’inflazione che invece erode il rendimento “reale” del Btp a 5 anni tradizionale.
Ma i conti non vanno fatti esattamente così. In primo luogo e in linea di principio, il risparmiatore non deve augurarsi un’inflazione in crescita. Per il banale motivo che erode il valore “reale” del capitale.
Inoltre, c’è un numero chiave (102,23333) riportato nel comunicato del Mef: si tratta del valore dell’indice dei prezzi Istat per famiglie di operai e impiegati (FOI) che sarà la base su cui calcolare a dicembre prossimo la variazione dei prezzi, da aggiungere alla base minima garantita (1,60% annuo, 0,80% sulla cedola semestrale). In pratica è il punto zero. Tale indice a maggio è aumentato dello 0,3% rispetto ad aprile e del 3% rispetto a maggio 2025, variazioni robuste che è improbabile che si ripetano nel prossimo semestre.
Non bisogna dimenticare che l’inflazione misura la variazione dei prezzi, non il loro livello. È quindi la variazione del numero indice misurata da un periodo all’altro. Poiché veniamo da un trimestre di elevati aumenti dei prezzi a causa della crisi dei prezzi energetici, l’indice attuale parte già da un livello relativamente alto ed a dicembre potremmo ritrovarci a misurare una crescita dei prezzi probabilmente inferiore rispetto a quella del primo semestre.
Insomma, mai come in questo caso non bisogna proiettare l’inflazione del passato per calcolare l’inflazione del futuro. Tuttavia, su questo argomento anche tra gli addetti ai lavori abbiamo letto delle conclusioni affrettate che hanno fatto sorgere malriposte illusioni tra i risparmiatori.
In conclusione, acquistare un titolo che protegge il rendimento dall’inflazione è una scelta azzeccata, illudersi che il rendimento superi di molto quello del titolo a tasso fisso a 5 anni è una sovrastima dell’inflazione, anche un po’ “tafazziana”.





