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Nuova Via della Seta, Italia ai saldi?

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Un accordo italiano con la Cina può anche aiutarci, ma occorre un forte rapporto con l’Europa: soprattutto l’Italia non può permettersi giri di valzer con la Cina, visto il ruolo geostrategico che il nostro Paese, più di altri, ha per gli Stati Uniti. L’analisi di Daniela Coli, docente di storia della Filosofia politica all’Università di Firenze ed editorialista di Start Magazine

 

Perché tante riserve sull’adesione dell’Italia alla Bri (Belt & Road Initiative)?

Il problema è che l’accordo italiano è diverso da quelli tedesco e francese. Si teme per il Belpaese un futuro simile alla Grecia, che ha venduto il Pireo alla Cina. La Germania è il primo esportatore europeo in Cina, ma esporta prodotti Siemens, la Francia è il secondo costruttore mondiale di aerei civili dopo Boeing. Nel viaggio in Cina del 2018 Macron chiese reciprocità. I britannici hanno un export di riguardo con Pechino.

A Vienna dall’aprile 2018 arriva un treno cinese Bealt and Road. All’Italia la Cina chiede i porti di Trieste e Genova. La Cina ha già acquisito il Pireo senza proteste UE, e Portogallo, Ungheria, Grecia e Polonia fanno parte della Via della Seta.

Da tempo i cinesi chiedono i nostri porti per scaricare le merci dirette all’Europa. Trieste è ben collegata alla linea Vienna-Monaco, Genova lo sarà, se verrà costruita la Parigi-Lione. La Cina, anzi, preme per la Tav. Come Portogallo, Ungheria, Polonia e Grecia, sarebbe una base di sbarco di merci cinesi verso l’Europa.

Naturalmente Trieste, Genova e zone vicine ne trarranno vantaggio, ma l’Italia non ha più la Fiat, né grandi industrie a parte Fincantieri e, quindi, con un debito enorme, dà i porti. Ma poiché Trieste ha sempre gravitato nell’area danubiana-balcanica potrebbe anche allontanarsi dalla penisola.

Il Financial Times e l’amministrazione Trump sono allarmati poi, perché temono che l’Italia possa diventare una base di spionaggio cinese, come avverte Lucio Caracciolo.

Il pericolo è che l’Italia possa avventurarsi in Africa a sostegno dell’espansione cinese, viste le rivalità sempre più forti con la Francia e la Germania e gli ondeggiamenti con gli Usa. Questo creerebbe conflitti con gli Usa, con Francia, Germania e UK. Francia e Germania hanno sempre detto di volere collaborare con la Cina, ma anche di volere competere.

Quanto agli avvertimenti di FT, è vero che la Cina ha un progetto di espansione globale imperiale e alla LSE si parla del 21° secolo come del secolo asiatico. Gideon Rachman ha parlato della Cina come uno stato-civiltà, e la Cina come l’India lo sono.

Sorvolando sui tratti “illiberali” denunciati da Rachman (l’impero britannico non era certo liberale nelle colonie), il problema è piuttosto che la Cina come l’India sono civiltà antichissime e sicure di sé. Soprattutto, mentre gli americani nel ’45 avevano radici europee e per il generale Clark fu tanto importante l’ingresso trionfale a Roma, la Cina non ha certo il mito di Roma, né di Atene.

Basta leggere i volumi dello storico Nicola Di Cosmo, direttore degli East Studies a Princeton, per capire quale civiltà fosse la Cina antica. Fino all’Ottocento, fino all’arrivo delle cannoniere americane, la Cina aveva l’egemonia in Asia. Né va dimenticato che la guerra fredda iniziò nel 1949 quando in Cina vinse Mao.

La semicolonizzazione della Cina per Mao era dovuta a classi di burocrati letterati e proprietari fondiari e, per questo Mao, grande stratega, utilizza il “comunismo” per mobilitare i contadini per la guerra di indipendenza cinese, come la chiamano i cinesi. E usò anche i russi, con cui arrivò poi sull’orlo della guerra, fino alla diplomazia del ping-pong di Kissinger, che cambiò la Cina fino a farla diventare la superpotenza economica da cui adesso gli Usa si sentono minacciati.

Alla Cina di Roma antica non importa un fico secco. Senza un legame forte con l’Europa e una difesa europea, non esiste futuro per l’Italia. L’idea di un blocco russo-cinese dei nostri sovranisti non è nella visione dell’Asia. Come evidenzia il libro dell’indiano Parag Khanna, lanciato alla LSE, il nuovo sistema asiatico prevede un ordine multiculturale che va dall’Arabia saudita, alla Russia, fino all’Australia.

L’America di Trump ha ormai un debito record superiore al Pil, il maggiore creditore Usa è il Giappone. Fino a Trump i giapponesi acquistavano il debito Usa e lo consideravano una tassa da pagare per la difesa e la stabilità economica. Ma con Trump è saltato tutto e non si sa cosa potrebbero fare. Il Giappone si attiene alle raccomandazioni Usa di non usare tecnologia cinese, ma compra prodotti dai partner del TTP del Pacifico, che continua anche dopo l’abbandono Usa, sta consolidando i rapporti con la Cina e investe in Vietnam e in India.

Ha un accordo commerciale con l’Ue e trasferirà le mille compagnie ora in UK se vi sarà una Brexit senza deal. Superato il problema Ghosn, continua l’alleanza Nissan-Renault. Il Giappone, il più occidentale in Asia, ha accettato per secoli l’egemonia cinese, poi quella americana e non ha certo voglia di guerre con la Cina, da cui uscirebbe distrutto. Manager e accademici cinesi e giapponesi s’incontrano da anni e il presidente Xi sarà presente all’inaugurazione delle Olimpiadi di Tokyo del 2020.

La Russia non ha aderito alla Belt of Road, mentre hanno aderito Kazakhistan e Georgia. La Russia in Asia non viene vista come una superpotenza, ma come una potenza regionale economicamente debole. Quindi, per l’Europa è scontata la collaborazione con la Cina e l’Asia, ma anche la competizione.

Un accordo italiano con la Cina può anche aiutarci, ma occorre un forte rapporto con l’Europa: soprattutto l’Italia non può permettersi giri di valzer con la Cina, visto il ruolo geostrategico che il nostro Paese, più di altri, ha per gli Stati Uniti. Quando sul blog di Beppe Grillo si parla delle interferenze della Casetta Bianca, sarebbe il caso di ricordare il black out del Venezuela.

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