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Che cosa farà la Russia in Ucraina (e non solo nel Donbass)

Russia Mediterraneo

La Russia ha inviato truppe nei territori di Doneck e Lugansk, nell’Ucraina orientale. Cosa farà l’esercito russo in caso di guerra? E come risponderà Kiev? Tutti i dettagli secondo Foreign Affairs

 

Michael Kofman e Jeffrey Edmonds, ricercatori del Russia Studies Program al Center for Naval Analyses, hanno pubblicato ieri un articolo sulla rivista di geopolitica Foreign Affairs per spiegare perché la Russia abbia intenzione di intraprendere una guerra estesa in Ucraina, e non un’operazione militare circoscritta in un preciso territorio.

COSA HA FATTO PUTIN

Ieri Vladimir Putin ha ordinato lo schieramento di truppe nelle autoproclamate repubbliche separatiste (e filorusse) di Doneck e Lugansk: si trovano entrambe nel Donbass, una regione dell’Ucraina orientale. Poco prima aveva riconosciuto formalmente l’indipendenza dei due territori, allineandosi alla risoluzione approvata dalla Duma di stato (la camera bassa del parlamento russo) la settimana scorsa.

Putin ha motivato l’invio di soldati a Doneck e Lugansk con il “mantenimento della pace” in quell’area. Di recente aveva parlato di un “genocidio” in corso nella zona da parte di Kiev nei confronti dei parlanti russo: un’accusa infondata ma che sembra essere stata sfruttata come pretesto per un’invasione mascherata da missione di peacekeeping.

I leader dei movimenti separatisti di Doneck e Lugansk – Denis Pushilin e Leonid Pasechnik, rispettivamente – fanno parte di Russia unita, il partito di Putin.

Al di là dell’operazione militare, Mosca era già molto presente a Doneck e Lugansk: oltre ad aver armato e finanziato i ribelli nella loro guerra contro l’esercito nazionale, aveva fornito passaporti a una parte degli abitanti ed elaborato piani di sviluppo economico per questi territori. Il Cremlino ha sfruttato la presenza di una popolazione russofona nel Donbass per giustificare i suoi interessi nella regione.

COSA SCRIVONO KOFMAN ED EDMONDS

Su Foreign Affairs Kofman ed Edmonds scrivono che esiste ancora la possibilità che la Russia decida di non lanciare un’invasione su larga scala dell’Ucraina, optando piuttosto per delle offensive limitate come avvenuto nel 2014, quando annesse la Crimea. Ma in questi otto anni l’Ucraina è cambiata e, nonostante la presenza di Mosca nel Donbass, si è avvicinata parecchio all’Occidente. Il Cremlino, al contrario, vorrebbe riportare il paese sotto la propria sfera di influenza ed evitarne l’ingresso nella NATO e nell’Unione europea.

Considerato tutto questo, i due ricercatori scrivono che la Russia, pur di raggiungere i suoi obiettivi, “non si limiterà. Userà la maggior parte delle sue risorse militari – forze di terra, potenza aerea, elicotteri d’attacco, missili potenti e la sua marina – in un violento conflitto aperto. Attraverserà gran parte dell’Ucraina, non solo l’est, e cercherà di prendere la capitale con l’obiettivo di installare un governo filorusso”.

Venerdì scorso il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, si è detto “convinto” del fatto che Putin avesse “preso la decisione” di invadere l’Ucraina “la prossima settimana, nei prossimi giorni”, aggiungendo che l’attacco potrebbe non limitarsi al Donbass ma puntare alla capitale, Kiev.

Per Kofman ed Edmonds una guerra tra Russia e Ucraina sarebbe “incredibilmente distruttiva” e provocherebbe un’insurrezione popolare contro gli occupanti russi, oltre che un gran numero di rifugiati e di vittime civili. Nell’impossibilità di prevedere la scala del possibile conflitto, i due autori sostengono comunque che “produrrebbe livelli di violenza mai visti in Europa dagli anni Novanta” con la dissoluzione della Jugoslavia.

I NUMERI MILITARI DELLA RUSSIA

La Russia ha schierato oltre 150mila truppe in prossimità del confine con l’Ucraina (le stime del governo americano sono ancora superiori: 170-190mila). Si tratta di un numero che – si legge su Foreign Affairs – lascia immaginare che nei piani di Mosca non ci sia un’incursione limitata ma l’occupazione di porzioni “sostanziali” di territorio ucraino, “inclusa la capitale”.

GLI ATTACCHI AEREI DI APERTURA

Secondo Kofman ed Edmonds, la Russia aprirà la campagna militare in Ucraina con degli attacchi aerei contro le infrastrutture critiche del paese: centri logistici e di comando, basi di difesa, aeroporti. Utilizzerà i suoi bombardieri, i suoi missili balistici e da crociera con lancio da terra; ha anche installato nelle vicinanze della frontiera ucraina dei sistemi a razzo a lungo raggio, oltre che dell’artiglieria varia per supportare le truppe di terra.

I due ricercatori fanno tuttavia notare come l’aeronautica militare russa non abbia grossa esperienza nel distruggere le difese aeree nemiche e abbia utilizzato raramente i missili antiradar. D’altro canto, però, le difese aeree ucraine sono limitate e non sufficienti a garantire una copertura adeguata alla fanteria.

LA CAMPAGNA DI TERRA

La campagna aerea di “apertura” del conflitto sarà probabilmente breve perché la Russia – a differenza degli eserciti occidentali – concentra le sue capacità di fuoco non nelle forze aeree ma in quelle di terra. Utilizzerà quindi gli elicotteri per trasportare le proprie truppe in territorio ucraino, e ricorrerà ai paracadutisti. La tattica potrebbe essere la seguente: una manovra a tenaglia per circondare Kiev e “avvolgere” il grosso delle forze di terra ucraine nella parte orientale del paese; a questo punto, le formazioni russe potrebbero bloccare le linee di rifornimento ucraine e frammentare l’esercito nazionale in tanti gruppi isolati circondati da soldati russi. I droni e gli elicotteri serviranno ad offrire copertura.

IL CONTRIBUTO DELLA MARINA

La marina militare russa, invece, svolgerebbe un ruolo di supporto. La flotta del mar Nero è stata modernizzata e dispone attualmente di piattaforme (sottomarini convenzionali, corvette) capaci di lanciare missili da crociera guidati e di precisione: hanno una gittata di oltre 1600 chilometri, e dunque sono potenzialmente in grado di colpire qualsiasi parte del territorio ucraino. La flotta del mar Nero è stata rinforzata anche sul versante anfibio ed è adatta a condurre operazioni di questo tipo assieme alle forze di terra, forse nell’istmo che separa la penisola della Crimea dal resto dell’Ucraina.

LA GUERRA CYBER

In ultimo, in aggiunta alle capacità tradizionali, l’operazione militare russa potrebbe venire sostenuta dagli strumenti di guerra elettronica (per mettere fuori uso i sistemi di navigazione e comunicazione dell’esercito ucraino, ad esempio). Le capacità informatiche di Mosca potranno essere impiegate anche per la diffusione di notizie false su Internet, volte a confondere i cittadini e i soldati ucraini e a demoralizzarli. Le infrastrutture critiche ucraine, come la rete elettrica, potrebbero venire messe fuori uso dai cyberattacchi di Mosca.

COSA PUÒ FARE L’UCRAINA

Rispetto al 2014, anno dell’annessione della Crimea da parte russa, l’esercito ucraino è migliorato molto: ha ricevuto l’assistenza dei paesi occidentali e ha sviluppato esperienza di combattimento con il conflitto nel Donbass contro i separatisti. Questa esperienza – fanno notare Kofman ed Edmonds – è tuttavia limitata alla guerra di trincea e allo scambio di colpi di artiglieria. Le forze armate di Kiev non sono ancora sufficientemente numerose e preparate per resistere a un’invasione russa su larga scala; l’aeronautica ucraina è peraltro datata, la marina è composta da navi piccole.

Secondo le stime riportate da Foreign Affairs, le forze di terra ucraine ammontano a cinquanta-sessanta battaglioni contro gli oltre centoventi russi. Che, oltre al vantaggio numerico, hanno più esperienza e sono meglio equipaggiati.

Per Kofman ed Edmonds, all’esercito ucraino converrebbe puntare su una ritirata organizzata, posizionarsi su terreni più facilmente difendibili (il fiume Dnepr) e provare a imporre alla Russia il più alto costo umano possibile, per disincentivare l’avanzata. Mosca, però, potrebbe bombardare le postazioni ucraine ed entrare in territorio ucraino da nord (la Bielorussia), aggirando la necessità di attraversare il Dnepr. Successivamente, i russi potrebbero attaccare la capitale Kiev sia da est che da ovest; per gli ucraini diventerebbe difficile riconquistarla.

Ma anche la Russia potrebbe avere difficoltà a mantenere il controllo del territorio ucraino. L’esercito di Kiev potrebbe scegliere la via della guerriglia, frammentandosi in piccole formazioni con larga autonomia e rinunciando agli armamenti pesanti per dare priorità alla fanteria e ai missili portatili. Gli autori dell’articolo evidenziano però i limiti di questo approccio, non più efficace come in passato a causa della diffusione dei droni e delle rilevazioni satellitari ad alta risoluzione che permettono di scovare e colpire i soldati con più facilità.

Un’altra possibilità per l’esercito ucraino è costringere la Russia a combattere nelle città, per logorarla lentamente: ma le ripercussioni sulla popolazione e sull’economia sarebbero pesantissime. Oltre alle forze convenzionali, è probabile la nascita di forme di ribellione organizzata contro gli occupanti.

COSA VUOLE FARE PUTIN CON L’UCRAINA?

Ormai da mesi gli analisti ripetono che la Russia non ha interesse a iniziare una guerra in Ucraina, che si rivelerebbe complicata e costosa, sia per le perdite umane che per lo sforzo economico che per le sanzioni che l’Occidente – e in particolare gli Stati Uniti – dicono di voler imporre.

Gli analisti hanno spesso fatto notare come, da un punto di vista geopolitico, per Mosca risulti più conveniente il ritorno allo status quo pre-crisi che un conflitto esteso. E questo perché il Cremlino, attraverso gli scontri nel Donbass tra governo centrale e separatisti, riesce a “distrarre” Kiev dai propositi di avvicinamento all’Occidente; d’altra parte, né la NATO né l’Unione europea accetteranno mai tra i loro membri uno stato con una guerra al suo interno. Secondo questa ricostruzione, dunque, la Russia non mirerebbe alla presa di Kiev ma a negoziare con l’America un qualche accordo sulla sicurezza dei propri confini, che percepisce in pericolo per l’avanzata della NATO.

È stato poi fatto notare come l’ingresso delle truppe russe a Doneck e Lugansk, ieri, rappresenti la formalizzazione di una realtà esistente da tempo: la Russia, in effetti, esercita un controllo di fatto sui due territori dal 2014. Secondo questa ricostruzione, l’operazione militare sarebbe poco più di un gesto simbolico, volto magari ad aumentare la leva di Mosca nei negoziati con l’Occidente, piuttosto che l’inizio di un’invasione totale.

Ieri però Paul Sonne, che si occupa di sicurezza nazionale al Washington Post, ha fatto notare una cosa: il discorso con il quale Putin ha riconosciuto le due repubbliche autoproclamate è stato durissimo (ha detto, tra le altre cose, che l’Ucraina è una nazione inesistente perché creata da Lenin). Putin, ha scritto Sonne, “è furioso. [La questione] è personale ed emotiva, non semplicemente geopolitica”.

In altre parole, secondo Sonne, Putin non è mosso dal calcolo tattico, freddo, quanto da una rabbia personale nei confronti dell’Ucraina e della sua evoluzione politica. Ed è dunque intenzionato a riportarla all’interno della sfera russa, anche se questo potrebbe comportare sofferenze umane ed economiche alla stessa Russia.

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