Messo frettolosamente a punto da Bruxelles per provare a difendere le aziende del Vecchio continente dall’agguerrita baldanza delle omologhe cinesi, il Made in Eu rischia di indispettire anche partner di altri Paesi extracomunitari, come rivelano le recenti esternazioni di Toyota.
COS’È IL MADE IN EU E PERCHÉ NON PIACE A TOYOTA
L’Industrial Accelerator Act dell’Unione europea prevede una clausola Made in UE che, nella sua formulazione originale, riserva incentivi esclusivamente alle aziende la cui intera filiera si trova nei 27. Si tratta di una scopiazzatura tardiva dell’Inflation Reduction Act del 2022, noto anche come “l’Ira di Biden” attraverso il quale l’automotive americano è stato privilegiato nel delicato momento della destinazione di sussidi federali a discapito invece degli importatori.
COSA DICE TOYOTA
Intervenendo al congresso di Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, presidente e Ceo di Toyota Motor Europe, ha prima ricordato a Bruxelles che l’industria automobilistica europea è rafforzata dal contributo di partner internazionali selezionati, tra cui Giappone, Regno Unito e Turchia, quindi ha avvertito l’esecutivo comunitario del fatto che l’esclusione di partner internazionali chiave nel settore automobilistico potrebbe compromettere futuri investimenti, con ricadute conseguenti sull’occupazione e sul trasferimento tecnologico in un momento in cui – il messaggio tra le righe – l’intero comparto europeo è in ginocchio.
IL MADE IN EU AGITA NISSAN (E DUNQUE L’INGHILTERRA)
Toyota non è solo il marchio sul chi vive. Nissan ha già fatto capire al governo di Londra che senza opportune modifiche alla legislazione europea lo stabilimento Sunderland sarebbe a rischio sopravvivenza (nel quale sta già tagliando), non avendo più senso che il suo principale hub europeo stia al di là – e non al di qua – della Manica.
PRIME CREPE NEL MURO DEL MADE IN EU?
Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco economico Handelsblatt, anche per via delle pressioni di Londra la Commissione europea sarebbe al lavoro per includere deroghe ad hoc che riguarderebbero partner selezionati tra cui almeno il Giappone, il Regno Unito e forse pure la Corea del Sud. Nulla si sa con riferimento alla Turchia che ha sempre goduto di scambi agevolati con la Ue e per questo è scelta spesso dalle Case cinesi in cerca di nuovi hub alle porte dell’Europa.
LA UE FARÀ LA CINESE CON PECHINO?
Includere altri Paesi extracomunitari e lasciar fuori la Cina rischia però di mandare su tutte le furie Pechino che ha già tuonato a più riprese contro la mossa protezionistica in studio nella Commissione di Ursula von der Leyen. Bruxelles però avrebbe in canna una contro-proposta: esentare le aziende cinesi a patto che condividano il proprio know-how tecnologico con le omologhe europee. Si tratterebbe della medesima richiesta che la Cina ha fatto alle Case occidentali negli ultimi 40 anni (principalmente tedesche) e che ha permesso alle industrie del Dragone di diventare le più temibili al mondo.
GLI USA BLINDANO I CONFINI
A tal punto che mentre l’Europa prova a trincerarsi dietro simili normative, gli Usa hanno già divieti pressoché totalizzanti relativi all’arrivo di auto made in China che poggiano la loro ragione sul pericolo dei dati raccolti da automobili sempre più hi-tech e mandati a Pechino senza sapere le finalità d’uso. Ulteriori strette, chieste dall’intera filiera a stelle e strisce e supportate tanto dai Repubblicani quanto dai Democratici, potrebbero arrivare a breve.







