La guerra contro la Russia ha contribuito a saldare gli interessi strategici di Varsavia e Kiev, ma una controversia che affonda le radici nella Seconda guerra mondiale sta mettendo a dura prova il rapporto tra i due vicini. La decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di attribuire a un’unità speciale delle forze armate il titolo onorifico di “Eroi dell’UPA” ha provocato in Polonia una reazione senza precedenti dall’inizio dell’invasione russa del 2022.
Al centro dello scontro vi è la memoria dell’Esercito insurrezionale ucraino, formazione partigiana considerata in Ucraina un simbolo della lotta per l’indipendenza ma ricordata in Polonia per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi.
UNA MEMORIA DIVISA
Osservata dal lato occidentale di quella che fu la Cortina di ferro, la disputa appare come uno dei più delicati esempi di come il passato continui a influenzare la politica dell’Europa orientale anche nel pieno di una guerra che sembrava aver imposto nuove priorità. La Polonia è stata fin dal primo giorno uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, fornendo assistenza politica, militare e umanitaria. Nessun altro grande Paese dell’Europa centro-orientale, a eccezione degli Stati baltici, ha mostrato una simile determinazione nel sostenere Kiev contro l’aggressione russa.
Questo sostegno trova spiegazione anche nella storia polacca. Per secoli il paese ha sperimentato direttamente la pressione dell’imperialismo russo e vede nella sopravvivenza di un’Ucraina indipendente una componente essenziale della propria sicurezza nazionale.
Ma tra polacchi e ucraini esiste anche una memoria dolorosa che non è mai stata completamente elaborata. L’Esercito insurrezionale ucraino, noto con l’acronimo UPA, operò durante e dopo la Seconda guerra mondiale come braccio armato dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini. Guidato idealmente dalla figura di Stepan Bandera, combatté per la creazione di uno Stato ucraino indipendente e continuò la sua resistenza anche dopo la vittoria sovietica.
Nella narrazione nazionale ucraina contemporanea, l’UPA è spesso celebrata soprattutto per la lotta contro il dominio sovietico. In Polonia, invece, il nome dell’organizzazione richiama inevitabilmente i massacri compiuti nelle regioni orientali dell’allora Stato polacco, in particolare in Volinia, dove migliaia di civili furono uccisi in una campagna di violenza etnica che ancora oggi rappresenta una delle pagine più traumatiche della storia nazionale.
LA REAZIONE DI VARSAVIA
La scelta di Zelensky è stata percepita a Varsavia come una provocazione. Ad alimentare le polemiche non è stato soltanto il riconoscimento all’UPA, ma anche il riferimento al “ripristino delle tradizioni storiche”, interpretato da molti osservatori polacchi come una legittimazione politica di quel passato.
Il nuovo presidente Karol Nawrocki ha reagito immediatamente minacciando di ritirare a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, conferitagli nel 2023 per il contributo al rafforzamento dell’amicizia tra i due Paesi. Il gesto avrebbe un forte valore simbolico, considerando che l’ordine rappresenta una delle più antiche e prestigiose decorazioni della tradizione statale polacca.
Ancora più dure sono state le posizioni provenienti dall’estrema destra. Il vicepresidente del parlamento Krzysztof Bosak ha evocato possibili conseguenze pratiche sul sostegno a Kiev, suggerendo la revisione di alcune facilitazioni logistiche essenziali per l’esercito ucraino. Tra le proposte avanzate figurano limitazioni all’utilizzo dell’aeroporto di Rzeszow, nodo fondamentale per il trasferimento di aiuti occidentali verso l’Ucraina, e la sospensione del finanziamento dei terminali Starlink impiegati dalle forze armate ucraine.
POLITICA POLACCA PIÙ POLARIZZATA
La controversia riflette anche i cambiamenti in corso nella politica interna polacca. Per anni il partito Diritto e Giustizia (PiS) ha rappresentato il principale punto di riferimento del campo nazional-conservatore, mantenendo però una linea sostanzialmente favorevole al sostegno militare e politico all’Ucraina.
Negli ultimi anni, tuttavia, la crescita di formazioni più radicali ha spinto il dibattito pubblico verso posizioni più dure. Nawrocki, pur provenendo dall’area del PiS, sembra intenzionato a costruire una propria leadership politica e la fermezza mostrata nei confronti di Kiev viene letta da molti analisti come un tentativo di intercettare un elettorato sempre più critico verso la presenza di milioni di rifugiati ucraini nel paese.
L’aspetto più significativo è che le critiche non provengono soltanto dall’opposizione nazionalista. Anche il governo guidato dal primo ministro Donald Tusk, espressione dell’area liberale e filo-europea, ha espresso forte irritazione. Il ministro della Difesa Wladislaw Kosiniak-Kamysz ha definito la decisione “inaccettabile” e sostanzialmente ostile, sostenendo che l’Ucraina dispone già di numerosi eroi contemporanei da commemorare senza dover ricorrere a figure storiche così divisive.
IL RISCHIO DI UNA FRATTURA STRATEGICA
Nel tentativo di contenere la crisi, il capo dell’intelligence militare ucraina Kirilo Budanov si è recato a Varsavia per rassicurare le autorità polacche. Il messaggio trasmesso è stato che Kiev non intendeva offendere la sensibilità polacca. Tuttavia, il governo ucraino non ha mostrato alcuna disponibilità a ritirare il titolo onorifico, segnale che anche Zelensky deve confrontarsi con le aspettative dell’opinione pubblica nazionalista del proprio paese.
Le tensioni hanno già prodotto effetti concreti. Per partecipare al recente vertice a Londra con Starmer, Merz e Macron, Zelensky è partito dalla capitale moldava Chisinau anziché utilizzare, come accaduto in passato, la piattaforma logistica di Rzeszow.
Donald Tusk ha invitato pubblicamente i presidenti dei due paesi a un confronto diretto, avvertendo che le emozioni rischiano di compromettere una solidarietà costruita in anni di guerra e che una rottura favorirebbe esclusivamente Mosca.
La decisione finale sull’eventuale revoca dell’Ordine dell’Aquila Bianca spetta ora al presidente Nawrocki. Qualunque sia l’esito, la vicenda dimostra quanto le questioni irrisolte della storia possano ancora condizionare gli equilibri geopolitici dell’Europa orientale.




