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Quale sarà la politica estera del governo di Giuseppi Conte? Fatti, dossier e analisi

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Commenti e scenari di Pelanda, Jean, Giannuli, Sapelli, Galietti e Salerno Aletta sulla politica estera del governo in fieri tra M5s e Pd L’approfondimento di Marco Orioles

 

Quale potrebbe essere la politica estera del governo Conte 2 e quali in particolare le continuità, e le discontinuità, rispetto al Conte 1?

Come ha ricordato il ricercatore, giornalista e saggista Aldo Giannuli, le risposte arriveranno insieme ai nomi – e ai rispettivi partiti di appartenenza – dei ministri degli Esteri e della Difesa, che insieme al presidente del Consiglio gestiranno tutti i dossier di politica internazionale.

In attesa del disvelamento, possiamo partire dal solo punto fermo a nostra disposizione: il nome, la personalità e il novello standing internazionale di Giuseppe Conte, passato nell’arco di poche settimane da “burattino” (cit. Verhofstadt) a novello “Tspiras” (copyright Juncker).

L’ex premier populista confluito, con brusca giravolta, nelle élite degli statisti difensori del sogno europeo è un bell’enigma da decifrare. Certo è che la transizione avviene sotto le migliori stelle: con il plauso, financo imbarazzante, dell’establishment Ue e l’incenso acceso via Twitter dall’uomo più potente del mondo, Donald Trump.

Sul poco ortodosso endorsement social di Trump si è scritto di tutto. Compresa l’interpretazione al negativo: ossia che, dietro il plauso social all’amico Giuseppi, ci fosse la volontà di marcare platealmente le distanze da colui che brigava per prenderne il posto, ossia Matteo Salvini.

Un assist giornalisticamente perfetto, quello fornito dal leader planetario dei sovranisti che si smarca dal suo emulo italiano per sostenerne il rivale. Un passaggio dietro cui c’è chi, come Edward Luttwak, intravede la manina francese.  Secondo il politologo Usa, è stato il Emmanuel Macron a prendere l’iniziativa di chiedere “a Trump, con i tedeschi e tutti gli europei, di appoggiare la formazione rapida di un governo in Italia”.

L’interesse di Parigi alla svolta in Italia era, d’altronde, palese: per un Paese che – come ha ricordato a Start Magazine il prof. Carlo Pelanda – gode di vaste aderenze nel Deep State italiano, lo status quo era semplicemente inaccettabile, così come lo schema insostenibile di un governo sovranista a Roma che, in solitaria, sfida l’egemonia di Parigi nel momento del suo apogeo, ossia quando a Berlino regna un’anatra zoppa e all’orizzonte non si intravede alcun valido successore.

L’ombra di Macron torna in primo piano anche nella lettura di questa crisi fatta dall’analista del rischio Francesco Galietti. Nella newsletter diffusa ai suoi clienti, il fondatore di Policy Sonar descrive una tesi che lui stesso si premura di definire in odore di complottismo: ossia che l’operazione politica andata in scena in Italia dopo l’8 agosto celi il  “tentativo di ‘espropriare’ due deboli partiti”, ossia PD e M5S,  sulla scia di quanto “fatto in Francia da Emmanuel Macron, che spolpò in un colpo solo socialisti e repubblicani”.

Che si creda o meno ad una regia di Macron, è certo che qualcosa è successo, sull’asse Roma-Parigi-Berlino-Bruxelles, negli ultimi tempi. E, se dobbiamo dirla tutta, questo maremoto si scatena non quando, l’8 agosto, Matteo Salvini apre la crisi, bensì quando – ad elezioni europee consumate – a Strasburgo va in scena il ribaltone sotto un’altra regia: quella di Giuseppe Conte.

Facendo confluire i voti degli eurodeputati M5S sull’ex ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen, la candidata alla guida della Commissione Ue partorita da un accordo tra Macron, la cancelliera Angela Merkel e il premier socialista Pedro Sanchez, Giuseppe Conte spezza di fatto il breve incantesimo del sovranismo italico impegnato a testa bassa nell’assedio del fortino europeo, ottenendo in un colpo solo di riportare Roma sui binari giusti e di isolare il guastatore leghista.

Facile dunque immaginare, a questo punto, che la politica europea del governo Conte 2 sarà di segno opposto rispetto al Conte 1: non più confllttuale, schierata contro quasi a prescindere, ma funzionale al disegno di un consensus continentale da cui il nostro Paese potrà, come sempre, ricavare qualche beneficio e le immancabili pene.

Starà all’abilità di Conte, a questo punto, sfruttare quest’opportunità per portare a casa finalmente dei risultati sui due dossier di politica estera più in vista nelle scrivanie del governo: i migranti e la Libia.

Con una Commissione simpatetica, e Francia e Germania a bordo, Conte potrà anzitutto riprendere il filo della complessa riforma delle politiche migratorie comuni che Conte mise sul piatto al primo eurosummit a cui prese parte nel giugno 2018. Riscrivere il trattato di Dublino, insomma, Visegrad permettendo. Vaste programme.

L’altra partita che vide Conte protagonista e che può sperare di rilanciare nella sua seconda vita politica è quella libica. L’eredità è magra: la conferenza internazionale di Palermo promossa da Palazzo Chigi a novembre andò male non solo per l’evidente ritrosia del generale libico Khalifa Haftar,  ma anche per l’assenza di un convinto sostegno da parte degli attori internazionali chiamati a sostenere il tentativo italiano, non ultimi quegli Stati Uniti che allora sembrarono voler rimarcare tutto il proprio disinteresse.

Ecco, dunque, che la rinnovata amicizia con Trump potrebbe rappresentare l’asso nella manica di Conte. Pottebbe approfittarne per ricordare al tycoon che, quando gli recò omaggio la prima volta a Washington, gli strappò la titolarità di una “cabina di regia” che presumeva, e presume ancora, il non disimpegno degli Usa.

Una maggiore sintonia con l’America giova a questo punto anche per ovviare alle incomprensioni suscitate dalla decisione più controversa di politica estera del governo gialloverde: la firma con la Cina del Memorandum d’intesa sulle nuove Vie della Seta.

Che non fu l’unico “tradimento” cinese del Conte 1:  va ricordata, infatti, l’ambiguità c0n cui l’esecutivo legastellato ha gestito un dossier che a Washington considerano prioritario: quello di Huawei. Qui l’emergenza che il nuovo esecutivo deve affrontare è impedire lo scenario paventato dal generale Carlo Jean: che gli Usa ci facciano pagare la reticenza su Huawei con un “embargo sulle informazioni classificate”.

Nulla di meglio per Conte, per placare l’iracondo alleato d’oltreoceano, che cambiare atteggiamento su quell’altro dossier che a Washington monitorano con attenzione e considerano alla stregua di una cartina di tornasole della lealtà degli alleati: il programma degli F-35. Ferma restando la macchia del Conte 1 rappresentata da quel conticino non saldato sui jet già acquistati, varrà la pena di fare chiarezza sui futuri acquisti e, soprattutto, di smetterla con gli annunci a singhiozzo di ripensamenti e tagli.

E qui Conte avrà bisogno di tutto l’aiuto possibile da parte di ministri validi e competenti, dotati di un inequivocabile pedigree atlantista e della piena coscienza che, nell’era dell’incipiente bipolarismo Usa-Cina, non possiamo permetterci il lusso di giri di valzer.

TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE:

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