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Un governo M5S-Pd? Piace molto ai poteri forti. L’analisi di Galietti

di

Pd

Conversazione di Start Magazine con l’analista Francesco Galietti, fondatore di Policy Sonar

 

Quella che il senatore semplice del collegio di Firenze Matteo Renzi ha definito la “crisi più pazza del mondo” ha scatenato, come da tradizione, l’italicissima pulsione del pronostico.

Lo sa bene chi, sotto il sole di questa settimana di Ferragosto, ha dedicato qualche tempo alla navigazione dei flutti social, agitati dal rinnovarsi del rito collettivo – seppure aggiornato all’era del tweet e dei tag – della compilazione della schedina. Un esercizio che è stato dominato da un ampio ricorso alla classica tripla – il mitico 1X2 – che ha palesato l’eguale incertezza con cui gli italiani guardano ai tre principali scenari apertisi dopo lo strappo di Matteo Salvini: voto subito, come voleva – almeno inizialmente – il leader della Lega; formazione di una nuova maggioranza nel formato “giallorosso”; oppure riedizione, sotto nuove sembianze, del governo sovran-populista.

Per capire meglio come si snoderà questa partita già ricca di colpi di scena e contorsioni multiple occorrerà naturalmente aspettare il 20 agosto, quando il premier Giuseppe Conte farà le sue comunicazioni al Senato, e seguire attentamente le successive consultazioni orchestrate dal presidente Sergio Mattarella.

Ed è proprio sul ruolo dell’arbitro che Francesco Galietti invita ad appuntare l’attenzione. In questa conversazione con Start Magazine, il fondatore di “Policy Sonar” spiega i motivi per cui le mosse dell’inquilino del Quirinale saranno decisive nell’escogitare una via d’uscita ad una crisi che, se mal governata, potrebbe innescare addirittura situazioni spiacevoli sul fronte dell’ordine pubblico.

L’analista del rischio si sente infatti in dovere di evidenziare il pericolo posto dalla prospettiva che molti considerano l’esito più probabile della crisi: la nascita di un governo giallorosso. Una prospettiva che, secondo Galietti, Mattarella dovrà valutare tenendo conto non solo della sua fattibilità tecnica – i numeri, come sappiamo, ci sono – ma soprattutto delle conseguenze che produrrà su un clima sociale destinato ad arroventaarsi un minuto dopo il giuramento dei ministri.

Galietti, gli italiani stanno scrivendo 1X2 sulla loro schedina. Lei cosa scrive sulla sua?

Propendo per il voto subito, o al massimo nei primi giorni del 2020. Le alternative infatti scontano evidenti limiti. La prima delle quali è che è difficile rimettere il dentifricio nel tubetto. Tutto naturalmente è possibile in politica, ma perché l’esperienza del governo gialloverde possa proseguire occorrerebbe trovare una formula – per usare uno di quegli arzigogoli semantici a cui la politica ogni tanto ci abitua – di forte discontinuità nella continuità. Per avere un Conte bis occorrerebbero insomma mutazioni molto profonde, e molte facce dovrebbero cambiare nell’esecutivo, inclusa forse quella dello stesso premier.

E l’ipotesi del governo giallorosso, che tanto consenso ha generato in un arco vastissimo che tiene insieme, giusto per dire un paio di sostenitori, Fatto Quotidiano e Il Foglio?

È uno scenario che piace ad un certo tipo di establishment, ai poteri forti per intenderci. I numeri sulla carta per un governo simile peraltro ci sono. Il problema è che sarebbe molto difficile assicurarne la durata o – come dice D’Alema – la sostenibilità. Credo che lo stesso Mattarella, chiamato a notarizzare una maggioranza giallorossa, esiterebbe. Verrebbero al pettine, infatti, nodi terribili: si pensi solo alle politiche sociali o alle infrastrutture. Mi chiedo come possono stare insieme – per citare la miccia che ha innescato questa crisi d’agosto – il partito del sì forsennato alla Tav con quello del no.

L’obiezione che le potremmo avanzare è che se i gialli e i verdi ci sono riusciti ricorrendo all’espediente del contratto di governo, perché non potrebbe succedere altrettanto con M5s e Pd, visto che il capogruppo dem Delrio già parla di accordo scritto in stile Grosse Koalition?

La fusione tra M5S e Lega, ancorché temporanea, aveva prodotto alcuni benefici, a partire dalla nascita di un governo sotto le insegne dell’anti-establishment che ha calmato la piazza. Non abbiamo avuto disordini o tensioni sociali perché entrambe le formazioni hanno indubbie capacità contenitive rispetto alla rabbia urlata nelle piazze. Se adesso invece nascesse un governo che sommasse i grillini ad un partito gentrificato ed elitista come il Pd nonché a Leu, ne emergerebbe qualcosa che tenderebbe molto a sinistra. Inoltre, sarebbe un governo molto sbilanciato al Centro e al Sud, che taglierebbe fuori il Nord. Possiamo permetterci in questa fase storica di estromettere il Nord? Puoi governare senza, anzi, contro le regioni del Nord su cui Salvini esercita un controllo quasi militare? Ma la mia maggiore obiezione è che con un governo giallorosso avremmo le piazze che schiumano rabbia.

Si spieghi meglio.

Ciascuno degli scenari in piedi – voto, ritorno dei gialloverdi, governo Pd-M5S-Leu –  avrebbe delle ricadute sulla tenuta dell’ordine sociale. Ma lo scenario del governo giallorosso è in assoluto il più pericoloso dal punto di vista della tenuta delle piazze. La gente sentirebbe infatti che la propria libertà è soffocata. Ricordiamo quel che successe quando ci fu il giuramento di Enrico Letta nel 2013 e un povero carabiniere si beccò la pallottola di uno squilibrato fuori da Palazzo Chigi.

Al di là dei casi estremi, che reazioni ci dovremmo attendere dopo il battesimo di un governo giallorosso?

Ci dovremmo misurare con almeno due tipi di piazze. Una sana, formata dagli imprenditori del Nord e dai confindustriali che ora chiedono il voto e, non vedendolo arrivare, scenderebbero in piazza, ma con il maggiordomo all’angolo. Una piazza rumorosa, insomma, ma priva di pericoli diversamente dalle altre che occuperebbero la scena e sarebbero assai più brutte. E qui i nomi a cui penso sono CasaPound e Forza Nuova.

Cosa a questo punto potrebbe scongiurare questi rischi?

Ribadisco che ci vogliono elezioni subito. Oppure – ma è la seconda scelta – una qualche riedizione del governo attuale.

Tuttavia, come si dovrebbe comportare Mattarella, posto che dalle consultazioni emergerà probabilmente proprio una maggioranza giallorossa e che, in base a quanto recita la Carta, il presidente ne dovrà essere il notaio?

Mattarella potrebbe dire che non si sente confortato dai soli numeri parlamentari. Peraltro l’ha già detto: suggerisco a tutti la lettura dell’articolo di qualche giorno fa del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda in cui si parlava di “identità di governo”.

Anche il voto presenta però delle incognite, non ultima la possibilità di un governo sovranista e dichiaratamente anti-europeo che procurerebbe non poche ambasce a Mattarella.

Se si andasse alle urne e vincesse il centrodestra, Mattarella avrebbe comunque delle leve da utilizzare. Lui sa bene che la Lega non è compatta e che incuba una Lega verde e una Lega blu. Sa che potrebbe fare affidamento sulla prima, ossia su Giorgetti e i governatori, per arginare Salvini. Se poi Forza Italia fosse parte della nuova maggioranza, il presidente si ritroverebbe con interlocutori come Gianni Letta che sono più che una garanzia.

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