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Come sarà (forse) la politica estera del governo Conte in salsa giallo-rossa dopo il tweet di Trump. Parla Giannuli

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“Trump ha i suoi problemi, uno dei quali è decidere che fare con la Russia, se riammetterla o no al G8. In questo quadro, Conte serve”. Conversazione con Aldo Giannuli, giornalista esperto di geopolitica e intelligence, ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Milano e in passato molto vicino al Movimento 5 Stelle

 

Si apre oggi la seconda e ultima giornata delle consultazioni al Quirinale sulla crisi di governo apertasi l’8 agosto con il colpo di mano, o di testa, di Matteo Salvini. Salvo sorprese, il premier dimissionario Giuseppe Conte riceverà dal presidente Mattarella l’incarico di formare un nuovo esecutivo che si reggerà sui voti del Pd, del M5S e la probabile integrazione di quelli della sinistra di Leu.

Quale sarà la politica estera di un eventuale governo giallo-rosso? A detta di Aldo Giannuli, molto dipenderà dalla specifica composizione del gabinetto in via di costituzione. Per lo studioso, giornalista e ricercatore di Storia contemporanea all’Università di Milano – in passato molto vicino al Movimento 5 Stelle da cui si defilato – che ha dato alle stampe una lunga serie di saggi di taglio storico e politologico come, per citare i più recenti, “Classe dirigente. Mappa del potere in Italia fra la Seconda e la Terza Repubblica” e “Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo”, è importante capire chi ricoprirà i ruoli che hanno voce in capitolo sulle scelte di politica internazionale. Il presidente del Consiglio, dunque, poi il titolare della Farnesina, ma anche l’inquilino di un dicastero come quello della Difesa che vanta un peso specifico in questo campo.

Giannuli ha buon gioco in questo senso a sottolineare che la politica estera italiana non sarà la stessa se a darle forma e rappresentanza saranno uomini come Paolo Gentiloni, che come sussurrano i giornali è tra i papabili alla Farnesina, o personaggi afferenti all’universo grillino come lo stesso Luigi Di Maio o magari l’attuale sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano.

Allora, Giannuli, come se la immagina la politica estera di questo governo giallo-rosso in fieri?

Tutto dipenderà dagli uomini che entreranno a far parte della squadra di governo, e particolarmente da chi sarà il presidente del Consiglio. Se fosse lo stesso Giuseppe Conte, prevarrebbe secondo me un atteggiamento di europeismo critico.

Tutto sembra dire che sarà proprio lui il premier, compreso il tweet di endorsement di ieri di Donald Trump al suo amico “Giuseppi”. Che ne pensa della mossa del tycoon?

Che è uno schiaffo a Salvini. E che Trump non si è fidato di questo improbabile alleato. C’è un’altra cosa da dire: rispetto al quadro italiano, per il presidente Usa Conte è un punto di riferimento di rara solidità, come ha tenuto a specificare in quel tweet. Si tenga conto che Trump ha i suoi problemi, uno dei quali è decidere che fare con la Russia, se riammetterla o no al G8. In questo quadro, Conte serve. E serve molto più di un improbabile governo Salvini.

Un’altra variabile importante è la figura chiamata a ricoprire l’incarico di ministro degli Esteri. Che, secondo i retroscena di questi giorni, potrebbe essere l’ex Paolo Gentiloni.

Se il ministro degli Esteri fosse lui, avremo probabilmente un orientamento più tradizionale in senso europeista ed atlantista. Ma se alla Farnesina andasse invece uno come Manlio Di Stefano, la linea sarebbe radicalmente diversa. Non è uno scenario che ritengo probabile, ma è comunque una possibilità che la casella vada ai pentastellati, e se si ricorda giorni fa si parlava dello stesso Conte. Il presidente dimissionario tra l’altro avrebbe avuto le carte giuste: non solo parla le lingue, ma piace molto all’Europa, che ha dimostrato il suo apprezzamento nei suoi confronti bloccando per ben due volte la procedura d’infrazione. Se però la scelta cadesse su Luigi Di Maio, come si vociferava all’inizio di questa crisi…

Cosa succederebbe?

Beh, intanto Di Maio non conosce le lingue. Ma soprattutto, date le sue conoscenze geografiche, c’è il rischio che, per andare a Vancouver, prenda l’aereo per Beirut.

Oppure potrebbe fare un tweet salutando il presidente “Ping”, come chiamò una volta il n. 1 della Repubblica Popolare. 

Esatto, ci dovremmo attendere queste cose qui. Il che evidenzia come la casella del ministero degli Esteri sia quanto mai decisiva. Vorrei sottolineare, tuttavia, che sarà importante anche l’equilibrio complessivo delle personalità che entreranno a far parte del nuovo governo. Se per esempio gli Esteri andassero al M5s, a quel punto la Difesa spetterebbe al Pd. E il nome che si fa dalle parti del Nazareno per questo dicastero è quello di Emanuele Fiano. Che non solo è ottima persona, ma realisticamente tirerebbe la volata in direzione di Israele.

Tornando all’atteggiamento di Washington, al di là dei nomi del nuovo gabinetto italiano,  che aspettative ci sono su eventuali cambi di rotta in una politica estera che, negli ultimi 14 mesi, ha fatto alzare più di un sopracciglio alla Casa Bianca, vedi – tanto per fare un paio di esempi – la firma del memorandum d’intesa con la Cina sulle nuove vie della Seta e quel conticino non pagato sugli F-35?

Washington è diventata molto diffidente nei nostri confronti. Anzi, diciamo la verità: dell’Italia non si fida più nessuno. Troppe giravolte. E poi troppi personaggi imprevedibili. Come fai infatti a fidarti di uno come Salvini che ha civettato con Putin fino al giorno prima e poi è andato a chiedere udienza a Trump, che peraltro non lo ha ricevuto perché il presidente degli Stati Uniti parla con i suoi pari grado?

In America però Salvini ha visto il vicepresidente Pence e il Segretario di Stato Pompeo.

È vero, ma ribadisco il mio punto: questi giochini a metà tra Mosca, Washington e magari il Vaticano li sapeva fare Giulio Andreotti, non certo Matteo Salvini. La mia impressione è che a Washington abbiano ricevuto numerose conferme dell’inaffidabilità degli italiani. Anche per questo è importante chi sarà il ministro degli Esteri, e dunque chi tratterà dossier come quello sulla Via della Seta. Se ad occuparsene sarà un pentastellato, sarà molto probabile una continuità con il governo precedente. Ad ogni modo, per gli americani, più di questo tema o degli F-35, per i quali una toppa si troverà comunque, molto più serio è il dossier Huawei.

Un dossier che il governo gialloverde ha affrontato dando un colpo al cerchio e uno alla botte: da un lato ha detto di voler andare avanti con Huawei nella realizzazione in Italia della rete 5G, mentre dall’altro ha comunicato che ricorrerà, se necessario a tutelare la nostra sicurezza nazionale, al golden power. Cosa cambierebbe secondo lei con la nuova maggioranza?

Se il governo gialloverde ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte, quello giallorosso darà un colpo alla botte e uno al cerchio. E gli Usa ci daranno un colpo in testa, perché a loro questi giochini piacciono ben poco.

E invece sul Venezuela, che ha visto l’esecutivo precedente spaccarsi clamorosamente, si aspetta un cambio di passo? Pensa che l’autoproclamato presidente ad interim Guaidó si guadagnerà l’agognato riconoscimento dell’Italia, che adesso trova di fatto nello stesso campo di Putin, ossia di coloro che avversano la deposizione di Maduro?

Premesso che i poveri venezuelani si trovano nella condizione di dover scegliere tra un delinquente come Maduro e un cretino come Guaidó, la verità è che noi non siamo nel campo di Putin. Se dobbiamo dire le cose come stanno, sia in Venezuela che in Libia – dunque in due teatri di crisi fondamentali per noi – è scattata una tacita intesa tra i due Big, ossia Usa e Russia, che ha lo scopo di congelare entrambe le crisi. C’è, insomma, una situazione di stallo che non si sa bene come potrà essere sbloccata.

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