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Perché la Nato picchierà sulla Cina (e sulla Russia)

I nuovi obiettivi della Nato esplicitati da Stoltenberg. Il punto di Giuseppe Gagliano

Le riflessioni del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg nella conferenza stampa, seguita alle riunioni dei ministri degli Esteri della Nato, sono indubbiamente di grande rilevanza per comprendere le linee di forza attraverso le quali si muoverà l’Alleanza Atlantica e costituiscono anche una sorta di introduzione al report Nato 2030 da poco editato dalla Nato.

L’architettura complessiva all’interno della quale si colloca la riflessione geopolitica atlantica procede parallelamente a quella posta in essere dal Dipartimento di Stato della quale abbiamo avuto modo ampiamente di discutere in un articolo precedente.

Jens Stoltenberg ha sottolineato che l’argomento principale attorno al quale i ministri degli Esteri e quindi la Nato dovranno riflettere con estrema lucidità non può essere che il mutato equilibrio globale del potere determinato soprattutto dalla Cina che, pur non essendo formalmente un avversario della Nato e pur potendo contribuire certamente a collaborare nel campo del commercio globale, nel contesto del controllo degli armamenti e dal cambiamento climatico, rimane tuttavia un competitore assai temibile per l’egemonia mondiale americana.

La Cina possiede infatti il secondo più grande budget mondiale per la difesa, non condivide i valori occidentali e mina i diritti umani come ha puntualizzato il Segretario. Ma soprattutto è sempre più impegnata in una competizione sistemica con la Nato e gli Usa. Questo significa che l’approccio più corretto che la Nato deve porre in essere è quello di rafforzare la cooperazione multilaterale con gli alleati proprio allo scopo di contenere la proiezione di potenza cinese sia nel Mar cinese meridionale che nell’Indo-Pacifico.

Se durante la cold War l’avversario era principalmente l’Urss a oggi è la Cina e quindi ancora una volta l’impegno della Nato non solo non può venir meno — come alcuni analisti europei avevano auspicato fra i quali Sergio Romano — ma al contrario deve rafforzarsi proprio allo scopo di garantire e legittimare insieme l’egemonia americana a livello globale minacciata dal Dragone.

La sfida posta alla sicurezza atlantica dall’ascesa della Cina è anche una delle ragioni principali per cui la Nato deve adottare un approccio più globale.

Ma accanto alla Cina anche la Russia continua a rappresentare un elemento di pericolo per l’Alleanza Atlantica soprattutto perché la Russia, secondo il segretario generale della Nato, continua a violare la sovranità e l’integrità territoriale sia della Georgia che dell’Ucraina e soprattutto consolida la sua proiezione di potenza nella regione del Mar Nero, di fronte alla quale la Nato non può che rafforzare la sua presenza.

Diventa quindi imperativo per la Nato, come per gli Stati Uniti, rafforzare la cooperazione anche in ambito militare con la Georgia e l’Ucraina proprio allo scopo di accerchiare la Russia contenendone e limitandone insieme le ambizioni espansionistiche. In tale contesto è indubbiamente fondamentale il Centro di formazione in Georgia, dove addestratori dei paesi della Nato hanno lavorato insieme ad ufficiali, soldati, personale della Georgia. Inoltre, all’inizio di quest’anno, la Nato ha intensificato il suo sostegno accettando di rafforzare la partnership su questioni come la condivisione di più dati radar sul traffico aereo, lavorando insieme per affrontare le minacce ibride e conducendo esercitazioni congiunte nella regione del Mar Nero.

Tuttavia, da un punto di vista strettamente geopolitico, è significativo il fatto che il Segretario generale della Nato abbia posto l’enfasi sul ruolo degli alleati della Nato — quali per esempio la Romania, la Bulgaria e soprattutto la Turchia — come partner in grado di limitare la logica espansionistica russa sul Mar Nero.

Il riferimento alla Turchia — quale alleato fidato della Nato — sta a dimostrare ancora una volta come la Nato abbia bisogno della Turchia proprio per contenere la Russia. Di qui, a nostro avviso, l’indulgenza di cui gode la politica estera turca sia in Siria che in Libia presso gli Stati Uniti e la Nato.

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