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Non solo Giuli: tutti i perché delle baruffe fra destri

La cultura di destra è sotto accusa e alla prova dell’hantavirus. Il corsivo di Battista Falconi.

“Voci e ricostruzioni giornalistiche… ricostruzioni prive di fondamento… volte a mettere in discussione la credibilità dell’operato dell’Esecutivo… presunte divergenze di opinione tra il Ministro Giuli, il Presidente del Consiglio e altri esponenti del Governo”. Così recitano le fonti di Palazzo Chigi dopo l’incontro tra Giorgia Meloni e Alessandro Giuli. C’è qualcosa di vero, la vicenda è stata esasperata per cavalcare l’esageratissima difficoltà dell’esecutivo dopo il referendum, ma non tutto, perché il MIC è in effetti fonte di molti malesseri. Quasi più del Mimit di Adolfo Urso, del quale si avvertirebbe profonda insoddisfazione, del MIM, dove Beppe Valditara gaffeggia tra Manzoni e Mattarella (Piersanti), dell’Interno, dove Matteo Piantedosi ha intrattenuto rapporti ambigui con una giornalista arrivista, degli Esteri, dove le ingenuità verbali ed espressive di Antonio Tajani fanno gongolare i social.

Avevamo esemplificato le difficoltà di questo dicastero citando Biennale e Fenice, mentre il licenziamento di Emanuele Merlino deriverebbe dal mancato finanziamento al film su Giulio Regeni, confermato dal collaboratore senza informare il ministro, confidando nel diniego già opposto quando c’era Gennaro Sangiuliano. Che, con Daniela Santanchè, resta l’unico ministro cambiato in quasi quattro anni (Raffaele Fitto è stato sostituito per la promozione a Commissario europeo). L’altra allontanata da Giuli, Elena Proietti, sarebbe invece rea di un mancato imbarco aereo, peraltro da lei giustificato per ragioni di salute, figuriamoci.

Esagerata ma non immotivata, insomma, l’alluvione malevola che sommerge la crisi giuliana. Sotto il cielo della Cultura grande confusione ma situazione non proprio eccellente. La tesi corrente è una guerra fratricida in Fratelli d’Italia, col ministro che avrebbe accettato l’incarico solo per amicizia e sarebbe lieto di lasciarlo, accodandosi alla schiera degli intellettuali incompresi. In parallelo, il caos è assunto da molti commentatori come prova dell’incapacità del governo conservatore e della rozzezza della destra, che sarebbe quindi subordinata all’egemonia progressista per palese inferiorità.

Lo spettro culturale si inserisce nella più ampia questione dell’inettitudine e inadeguatezza della destra. Governo incapace e destra rozza, che banalizzano la sicurezza nel law&order panpenalista, coltivano il mito poliziottesco, preferiscono la cronaca nera alla geopolitica, tutta repressione, niente prevenzione e ronde nere contro immigrati ed emarginati. Che semplificano perché non colgono la complessità del reale. Questa la lettura sinistra. Oddio, una certa impressione di ristrettezza sorge, per esempio quando Francesco Giubilei, “l’intellettuale di destra” direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, dice: “Serve un cantiere di dialogo con il mondo della cultura”. Ma se lo si confronta con i giganti del pensiero progressista che spadroneggiano nei talk, le proporzioni si riequilibrano.

Il vieto dibattito si riaccende mentre scoppia la grana culturale e mediatica, speriamo non sanitaria, dell’hantavirus. Come si regolerà la destra negazionista – niente lockdown, vaccini, mascherine – se si trovasse alle prese con epidemie, contagi e vettori patogeni? Per ora la parola sta a pochi comunicati di ministero della Salute, Istituto e Consiglio superiore di sanità, concetti chiari e semplici: pochissimo contagioso ma molto pericoloso, l’opposto del Covid. Non resta che sperare.

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