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Perché Buttafuoco è adorato e detestato

Buttafuoco, Giuli e i destri casinari. Il corsivo di Falconi.

Se un merito di Pietrangelo Buttafuoco è innegabile, è aver elevato la cultura a tema dominante dell’agenda in un contesto politico, quello conservatore, nel quale è stata sempre ritenuta emarginata. Che però è come riconoscere al focolaio della nave Princess il merito di far parlare di biologia, virologia e scienza, inducendo il timore (già smentito dall’Oms) che l’Hantavirus possa scatenare una nuova pandemia.

Buttafuoco, altrettanto indubitabilmente, è persona capace e vivace, intellettualmente e umanamente, sarebbe forse stato un buon ministro. Questo lo deve sapere anche il suo amico e sodale Alessandro Giuli, che il ministro lo fa, che sembra un po’ meno capace e un po’ troppo vivace, tanto da sospettare che Giorgia Meloni si sia pentita di averlo incaricato. Così Alessandro, verso Pietrangelo, usa due registri: lamenta l’inopportuna citazione di Mattarella, non è bello tirare per la giacchetta il capo dello Stato in una lite di famiglia, ma ribadisce la loro indissolubile amicizia. “Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma”, verrebbe da dire usando una celebre citazione ispirata al mondo cinephile.

Alla fine dei conti, la vicenda della Biennale si risolve in una bella figura forse troppo enfatizzata di Buttafuoco, che risalta come un paladino della libertà intellettuale contro i diktat della politica (in questo caso, peraltro, sicuramente contraddittori). E nell’ennesima rogna scoppiata al Mic, che proprio non ne avvertiva bisogno. C’era già infatti, solo per restare in ambito lagunare, quella della Fenice e della direttrice Venezi (per non dire della Tgr che protesta per la vendita della sede di Palazzo Labia). Va riconosciuto però che Giuli può sempre confondersi nel mucchione dei colleghi gaffeur: ogni giorno ha la sua pena ministeriale, ieri Giuseppe Valditara con Piersanti Mattarella ucciso dai terroristi rossi ha conquistato la pole e possiamo solo immaginare l’umore della premier.

Buttafuoco è adorato da tanti conservatori e reazionari insoddisfatti, in gran parte perché speravano che la rivoluzione meloniana portasse più fascismo e sovranismo al potere e di goderne almeno un pochino sul piano personale, con qualche incarico e relativa prebenda.  Ed è ammirato da tanti avversari che vedono in lui l’utile esponente della fronda che consente di dire: “Vedete, quelli di destra sono rozzi, incolti, ignoranti, un po’ scemi e un po’ fascisti, se lo dicono persino da soli”. Buttafuoco come gli intervistatissimi Franco Cardini e Flavia Perina, in tal senso.

Nel mezzo c’è qualcuno come Giordano Bruno Guerri, che la poltrona l’ha ricevuta e che qualche stilettata alla maggioranza governativa la assesta ma soft, senza esagerare, con cautela dovuta a indifferenza innata più che a calcolo. “L’amichettismo è di tutti i politici, ma quelli di destra hanno meno amici” è l’implacabile e azzeccatissima diagnosi con cui ha risolto questa sintomatologia culturale conservatrice, cui ha aggiunto una valutazione sull’indisciplina della destra come punto di forza e debolezza al tempo stesso.

Sarà pure, ma l’impressione è che ci siano due livelli: uno “alto”, dove la cultura conservatrice e reazionaria è stravincente, i veri grandi maestri sono stati un po’ tutti a destra; uno “basso”, dove è invece semplicemente casinara. E siamo sempre qui, dai tempi di Berlusconi a quelli di Meloni sembra essere cambiato poco.

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