Caro direttore,
con gli occhi lucidi e la candela al naso in quel di Repubblica nelle ultime ore hanno pubblicato un articolo commovente, dal titolo che è tutto un programma (Il saluto di Elkann: “Garantito un futuro di libertà e sviluppo”) e poco importa se i giornalisti del gruppo Gedi solo fino a pochi minuti prima erano sulle barricate proprio contro la decisione del loro editore di venderli ai greci.
Registro quasi una sindrome di Stoccolma da parte dei giornalisti del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari che li ha portati a consumarsi in un rapporto odio-amore di cui abbiamo intuito solo i picchi. Come quando nel settembre 2024 protestarono con forza proprio nei giorni della kermesse tecnologica di Torino organizzata da Gedi scioperando contro il rampollo della famiglia Agnelli. Nel medesimo periodo Riccardo Luna, direttore di Italian Tech e fino all’edizione precedente curatore di quella kermesse, diede le sue dimissioni.
Ecco, chi è rimasto e non è fuggito altrove è pian piano affondato in una situazione sempre più contorta e velenosa che ha portato la redazione, contemporaneamente, a protestare contro “le gravi ingerenze nell’attività giornalistica da parte dell’editore, delle aziende a lui riconducibili e di altri soggetti privati” (sto leggendo il comunicato sindacale dei giorni dell’Italian Tech Week) ma anche a esprimere “profondo sconcerto” per “l’annuncio della proprietà della svendita di quel che resta del nostro gruppo editoriale, che in questi anni è stato smantellato pezzo dopo pezzo dall’attuale editore, John Elkann”.
Direttore, un amore tossico in piena regola. Pochi mesi prima i giornalisti di Repubblica ricordavano “all’editore ” che non era il “padrone” delle loro carriere, pochi mesi dopo si ritrovano a fare il diavolo a quattro per restargli attaccati al pantalone, invocando persino l’aiuto dell’odiatissimo governo Meloni. Ma com’è possibile!?
Elkann, da parte sua, non solo si è dimostrato algido e anaffettivo come da sempre viene descritto dai giornali (quelli non del gruppo Gedi, s’intende), ma avrebbe persino umiliato i suoi giornalisti fino all’ultimo se fosse vero quanto scritto dal Domani (un tempo edito proprio dal sornione De Benedetti e che a livello economico non può certo essere più sereno) che sostiene che l’uomo a capo di Exor più che vendere le sue testate le ha letteralmente svendute per 110 milioni di euro. Hai capito bene, 110 milioni di euro per il pacchetto regalo che include La Repubblica, le radio Radio Deejay, Radio Capital e m2o, HuffPost Italia, Limes e National Geographic Italia. Non so se alle prime dieci telefonate fosse pure garantita la proverbiale batteria di pentole in acciaio Inox.
Quel che invece so è che lo sdoppiamento di personalità redazionale del glorioso quotidiano fondato da Eugenio Scalfari (di cui ovviamente non resta più nemmeno la memoria o qualche eco lontana) è stato ravvisabile anche nelle ultimissime ore: e così mentre i giornalisti lagnavano che l’annuncio della vendita fosse giunto “proprio nel giorno della vittoria del No al referendum” (ma che c’entra? Se la sono forse intestata? Ha rovinato la festa in redazione?) e denunciavano il fatto che dopo Elkann restino solo “macerie” (non molto delicata come immagine, visti i tanti conflitti al limitare dell’Europa che le testate Gedi quotidianamente ci raccontano) e in contemporanea andava in pagina il commovente “saluto di Elkann”.
Sferzanti le critiche del CdR: “Scegliere un giorno del genere è la finale mancanza di rispetto verso il giornale e la sua storia dell’ormai ex editore di Repubblica”. Quindi l’affondo: “Dopo aver smembrato e venduto pezzo a pezzo uno storico gruppo editoriale, l’addio di John Elkann a Gedi avviene nel peggiore dei modi, senza tenere in alcun conto nel contratto di compravendita le richieste di garanzie occupazionali per tutte le lavoratrici e i lavoratori, di perimetro e di rispetto dell’indipendenza e della collocazione del giornale per cui la redazione di Repubblica continuerà a battersi ricorrendo a qualsiasi strumento di lotta”. Infine la chiusura un po’ da volpe e l’uva: “Non sentiremo la sua mancanza”.
Lo diceva pure Woody Allen in uno dei suoi film migliori, salutando la donna che l’aveva mollato fingendo noncuranza e iniziando subito dopo a singhiozzare vistosamente.
Tutto questo, dicevo, mentre Repubblica bifronte pubblicava il “Saluto di Elkann”. Non sfugge che il nuovo editore, Antenna (ovviamente imbarazzato di ritrovarsi terzo incomodo), di contro non venga nemmeno salutato dalla redazione: in quell’articolo non solo non compare né nel titolo, né nel catenaccio, ma è buttato al fondo del primo capoverso. Lo spazio, appunto, è tutto per il “saluto di Elkann”.
Che più che un saluto o un addio, viste anche le continue lamentele dei giornalisti Gedi, è un bel pernacchione sordiano: “lavoratoriiiiiii….” (ci sarebbe da malignare se pure l’auto di Elkann possa fermarsi all’improvviso proprio come capitava al personaggio di Alberto Sordi, considerata la situazione in cui versa la Stellantis proprio di John Elkann)
Chiudo direttore, prendendo a prestito proprio un passaggio delle parole di Elkann: “L’editoria è una professione che può essere esercitata in modo indipendente solo se si hanno i conti in regola. La mia famiglia e io stesso abbiamo sempre considerato l’editoria come un mestiere che vive grazie ai suoi lettori, ma purtroppo in Italia avere un giornale è considerato uno strumento di influenza e di potere, non una professione”.
E qui mi vengono in mente le tante critiche che Carlo Calenda ha rivolto negli ultimi anni a Repubblica, accusandola di non trattare come avrebbe meritato la situazione economica di Stellantis con le dirette conseguenze viste nei suoi impianti, tra continue riduzioni di organici e giornate in cassa integrazione che superavano nel novero quelle di attività. Non racconto nulla di nuovo ai lettori di Start perché sono stati entrambi temi ben presidiati dai tuoi giornalisti. Peraltro ieri Landini festeggiava in piazza la vittoria del No al Referendum: chissà se ora inizierà a occuparsi pure degli operai di Stellantis…
Sotto questo profilo, tenendo ben a mente proprio le critiche di Calenda mai realmente smentite dalle testate del gruppo Gedi, credo che i giornalisti di Repubblica, come pure quelli della torinese La Stampa (accomunati dal medesimo destino di essere frettolosamente venduti, divisi rispetto all’acquirente) dovrebbero essere i primi a rallegrarsi di aver perso un editore così ingombrante (da loro stessi definito “padrone”) in un periodo storico in cui Stellantis è accusata ripetutamente di fare da testa di ponte ai gruppi cinesi (oltre a Leapmotor), di voler cedere i marchi storici che oggi annaspano mestamente nell’indifferenza dei proprietari, e persino di lasciare l’Italia, dopo aver ridotto ai minimi termini la sua gloriosa produzione automobilistica industriale.
Spero che i giornalisti di Gedi si sveglino dall’incantesimo, realizzino che quell’amore provato fin qui per il loro ex editore non è stato mai davvero corrisposto e contemplino che ci può essere vita lavorativa anche lontani da John Elkann.
Un saluto
Claudio Trezzano








