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La Psicologia dell’Emergenza come pronto soccorso per gli operatori sanitari

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La letteratura scientifica ha messo in evidenza come quello sanitario sia uno dei settori più colpiti dallo stress lavoro-correlato. L’analisi di Roberta Belcastro

 

Mentre la curva dei contagi dell’epidemia Covid-19 scende, un’altra curva di cui meno si parla comincia ad avere un trend crescente: il livello di stress degli operatori sanitari impegnati in prima linea a fronteggiare l’emergenza sanitaria, esposti non soltanto al rischio biologico ma anche ad un sovraccarico emotivo non indifferente. Soprattutto per quanto riguarda le regioni più colpite nelle quali il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) è stato per molto tempo sotto pressione per il numero elevato di casi.

Situazione ben rappresentata dalla fotografia dell’infermiera di Cremona, stremata accasciata sulla tastiera del computer alla fine del suo turno, diventata il simbolo dell’abnegazione delle professioni sanitarie nella lotta al Sars CoV-2. Persone che scegliendo questo lavoro hanno giurato di “perseguire la difesa della vita” ma che per mantenere quel giuramento mettono oggi a rischio la loro. Sono ben oltre 150 i medici che dall’inizio dell’epidemia hanno perso la vita a causa dell’infezione e il numero aumenta se consideriamo anche gli altri operatori sanitari.

La letteratura scientifica ha messo in evidenza come quello sanitario sia uno dei settori più colpiti dallo stress lavoro-correlato (Cherniss, 1985). Triste primato ottenuto già in “tempi di pace” soprattutto a causa di tagli e sprechi che negli ultimi anni hanno indebolito il nostro Sistema Sanitario Nazionale (SSN) provocando una significativa carenza del personale che ha costretto gli operatori, molti dei quali precari, a turni massacranti. Stress che durante un’emergenza sanitaria, che impone condizioni di lavoro estreme, viene fortemente amplificato.

Alcuni studi cinesi hanno valutato l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla salute mentale degli operatori sanitari e costituiscono un potenziale “vantaggio temporale” per l’analisi e la gestione del fenomeno. Lai e collaboratori (2020) in uno studio pubblicato su Jama Network Open hanno coinvolto 1257 operatori sanitari impegnati in prima linea nella diagnosi e nella cura dei pazienti affetti da “Severe Acute Respiratory Syndrome coronavirus 2 (SARS CoV-2) di diverse regioni. I risultati dello studio hanno messo in evidenza alti livelli di stress, depressione, ansia e insonnia.

Un lavoro di Huang e collaboratori (2020) ha rilevato che il 23% del campione ha dichiarato di aver presentato sintomi ansiosi (le donne più degli uomini e gli infermieri più dei medici) e che più del 27% ha manifestato sintomi riconducibili al Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD). E ancora, Li e collaboratori (2020) confrontando due gruppi di infermieri coinvolti nella gestione dell’emergenza sanitaria, hanno riscontrato che il primo, costituito da personale non a stretto contatto con pazienti positivi al SARS CoV-2, ha accusato maggiori sintomi rispetto al secondo gruppo, costituito invece da personale a stretto contatto con pazienti positivi al virus. Un dato che conferma la “traumatizzazione vicaria” ovvero, la possibilità di accusare un danno al proprio equilibrio psichico “assorbendo” indirettamente l’atmosfera dolorosa dell’evento traumatico.

Infine, uno studio italiano condotto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha indagato le principali risposte allo stress, la percezione del rischio e le emozioni di 376 operatori sanitari che hanno prestato assistenza diretta a pazienti positivi al SARS CoV-2 rilevando che uno su tre mostra segni di burnout (una sindrome derivante da stress cronico sul posto di lavoro non adeguatamente gestito) e uno su due presenta sintomi di stress psico-fisico.

Uno dei fattori che aumenta il rischio psicosociale durante un’epidemia sembra essere la paura del contagio, per se e per i propri familiari, che costringe l’operatore sanitario ad un auto isolamento. Un elemento che caratterizza l’epidemia differenziandola significativamente da altre situazioni di emergenza provocate, per esempio, da terremoti o alluvioni. Oltre al prendersi cura della salute fisica degli operatori sanitari, garantendo loro la massima protezione con i dispositivi di protezione individuale (DPI), occorre tutelare la loro salute mentale, considerato anche che costituiscono la nostra principale “potenza di fuoco” su cui si fonda la risposta all’attacco del Sars CoV-2. Risulta quindi essenziale programmare azioni, come l’implementazione delle risorse di supporto psicologico, finalizzate alla gestione dello stress e alla prevenzione del burnout in ambito sanitario. La Federal Emergency Management (FEMA), l’ente federale per la gestione delle emergenze negli Stati Uniti d’America, definisce un’emergenza come “un evento che minaccia o effettivamente rischia di danneggiare persone o cose”. I destinatari dell’intervento di supporto psicologico nelle situazioni di emergenza non sono solo coloro che hanno direttamente e concretamente vissuto l’evento traumatico (pazienti che hanno contratto l’infezione e familiari) ma quanti, a vario titolo, ne hanno subito la minaccia e quindi le possibili conseguenze a livello fisico e psicologico.

La Psicologia dell’Emergenza ha come specifica finalità lo studio, la prevenzione e il trattamento, immediato e nel breve termine, dei danni psichici che si determinano nel singolo (vittima, parente o soccorritore) e dei danni psicosociali che si producono nella sua comunità, in seguito all’esperienza di un evento catastrofico e traumatico, sia esso di origine naturale che tecnologica.

L’obiettivo dell’intervento sulla crisi in emergenza non è la modifica della persona, cosa che richiederebbe tempi e setting differenti, ma la riduzione dello stato di crisi presente per riacquistare nel più breve tempo possibile il livello di funzionamento iniziale (Giannantonio, 2003). I modelli anglosassoni prediligono l’approccio cognitivo-comportamentale, altamente “protocollizzato” e costituito da un insieme di procedure di intervento finalizzate alla prevenzione del PTSD. Tra queste il Defusing e il debriefing sono le tecniche di “pronto soccorso emotivo” più indicate per un intervento rapido efficace e duraturo (Fernandez et al. 2002) applicate subito dopo l’evento critico da psicologi/psicoterapeuti con formazione specifica in Psicologia dell’Emergenza a piccoli gruppi.

La pandemia Covid-19 sta avendo un impatto significativo anche sulla salute mentale della popolazione generale. La parola “catastrofe” deriva dal greco katà (giù) e stréphein (voltare) e significa letteralmente “rovesciare”. Un cambiamento repentino ed imprevedibile a cui è difficile adattarsi. La perdita di persone care e del proprio lavoro dovuta alla crisi economica che ci accingiamo ad affrontare per l’inevitabile lockdown, stanno creando le basi di una nuova emergenza psicologica tale da indurre il direttore generale dell’Oms a segnalare la necessità di rafforzare i Servizi di Salute Mentale. La sfida oggi è quella di potenziare il nostro SSN rendendolo in grado di rispondere ad un’emergenza su più fronti: la salute non è definita dalla sola assenza di malattia ma da uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale (Oms).

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