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Ok Joe, anzi no. Girotondo di analisti sulle prime mosse di Biden

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Biden promette che gli Stati Uniti torneranno a guidare la comunità internazionale, ma il mondo non è rimasto fermo al 2016. Fatti, scenari e commenti

Questa settimana negli Stati Uniti è formalmente iniziata la transizione verso l’amministrazione Biden. E il presidente eletto ha rivelato alcune nomine, legate soprattutto alla sicurezza nazionale e alla politica estera.

Con un tweet concisissimo Joe Biden ha assicurato che «America is back», “l’America è tornata”. Ma è davvero così?

L’AMERICA NON È PIÙ DOMINANTE

Biden promette che, una volta iniziato il suo mandato, gli Stati Uniti torneranno a guidare la comunità internazionale e recupereranno i rapporti con gli alleati allentatisi durante la presidenza Trump. Ma immaginarsi un ritorno dell’America nel mondo nelle forme conosciute in passato – come scrivevamo già a luglio – non è plausibile. A questo proposito, il generale Carlo Jean ha spiegato su Start che «i rapporti di forza globali sono profondamente mutati. Il baricentro della potenza si è spostato dall’Atlantico all’Indo-Pacifico. Il “momento unipolare” che era stato caratterizzato dall’egemonia americana accettata da tutti è terminato».

Anche volendolo, dunque – ma l’opinione pubblica è oggi meno favorevole ad impegnarsi all’estero –, gli Stati Uniti non sono più dominanti come settantacinque anni fa, quando plasmarono l’ordine globale a loro immagine e somiglianza. La loro credibilità è stata danneggiata e la nazione è in “recessione geopolitica”.

COSA CAMBIERÀ RISPETTO A TRUMP

Che le cose non torneranno come erano in passato non significa però che con Joe Biden alla Casa Bianca non cambierà nulla. Al contrario, il presidente eletto cercherà davvero di riportare l’America “a capotavola” e di ricucire i legami con i paesi amici, distanziandosi parecchio dai toni del suo predecessore.

Già a settembre quello che sarebbe diventato il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, aveva detto che «gli alleati avranno un posto d’onore nella gerarchia delle priorità» per la politica estera della nuova amministrazione.

IL TEAM DI BIDEN

Per capire quale sarà la linea di Biden bisogna appunto guardare al suo team. Non è ovviamente un caso se le prime sei nomine ad essere state rivelate questo lunedì abbiano tutte a che fare con la politica estera:

  • Antony Blinken sarà il nuovo segretario di Stato,
  • Alejandro Mayorkas sarà il segretario della Sicurezza nazionale,
  • Avril Haines sarà la direttrice dell’Intelligence nazionale,
  • Linda Thomas-Greenfield sarà l’ambasciatrice alle Nazioni Unite,
  • Jake Sullivan sarà il consigliere per la Sicurezza nazionale,
  • John Kerry sarà l’inviato speciale per il Clima.

Hanno tutti lavorato in passato nell’amministrazione di Barack Obama, a cominciare ovviamente da Kerry, che dal 2013 al 2017 è stato segretario di Stato.

PERCHÉ NON SARÀ UN TERZO MANDATO OBAMA

L’impressione che si ha già dalla lettura dei nomi, quindi, è quella di un ritorno ad una politica estera più tradizionale, più razionale di quella di Trump ma forse anche più prevedibile: c’è chi ha appunto parlato di un “terzo mandato Obama” e la rivista Foreign Policy ha scritto che quello di Biden è «il team che Obama avrebbe sempre voluto».

Nell’articolo James Traub scrive che il team di Biden «promette una restaurazione, non una trasformazione». Specificando però poche righe dopo che una «politica estera restaurazionista […] non significa un ritorno allo status quo precedente».

Biden vuole ripristinare la leadership diplomatica, economica e morale degli Stati Uniti, ad esempio sul contrasto ai cambiamenti climatici, ma il mondo non è rimasto fermo al 2016. Nemmeno Biden lo è: la sua posizione sulla Cina, ad esempio – lo scontro con Pechino sarà centrale anche per lui –, si è fatta più dura.

In politica estera è allora sì probabile che l’amministrazione Biden recuperi parzialmente alcuni approcci obamiani (l’engagement), ma anche che reinterpreti a suo modo alcune politiche di Trump (l’isolamento di Huawei). La stessa cosa, peraltro, che ha fatto Trump, con i suoi modi.

IL COMMENTO DI PELANDA

L’“America is back” di Biden «non sarà un ritorno imperiale degli USA sul pianeta». Ne è convinto anche il politologo Carlo Pelanda, intervistato da Start, che aggiunge: «Non dobbiamo aspettarci una grande discontinuità rispetto all’amministrazione Trump».

IL DUBBIO DI DEL PERO

In un’analisi per l’ISPI Mario Del Pero, professore all’Istituto di studi politici di Parigi, ha espresso i suoi dubbi sulla fattibilità di un pieno comeback statunitense. Scrive infatti, parlando dell’amministrazione Biden: «Se sia anche un’America in grado di rispondere alle sfide del 2020, se l’internazionalismo liberal di un Blinken sia davvero adeguato (o aggiornabile) ai tempi, costituisce però un grande interrogativo».

L’ANALISI DI FABBRI (LIMES)

Secondo Dario Fabbri, consigliere scientifico della rivista di geopolitica Limes, «il nuovo gabinetto sarà vicino agli apparati, disponibile a lavorare senza astio con le agenzie federali. Rispolvererà la propaganda centrata su democrazia e diritti umani per perseguire gli obiettivi della superpotenza […] con Blinken regista delle varie operazioni. Quindi, rilancerà la retorica ecologista per colpire l’industria cinese e tedesca, incarico affidato a Kerry. Ancora, utilizzerà i forum internazionali per coinvolgere maggiormente i satelliti degli Stati Uniti nel contenimento di Cina e Russia, dossier su cui si spenderà Biden in prima persona».

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