Mondo

Hobbes, la storia e la politica

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L’analisi della professoressa Daniela Coli

Storia e politica sono così annodate da noi da essere famosi per la revisione ininterrotta del passato: basta pensare al volume di Albert Russell Ascoli e Krystyna von Hennenberg intitolato Making and Remaking Italy: The Cultivation of National Identity. All’estero si discute con una certa bonaria ironia dei dibattiti italiani sui miti del Risorgimento e della Resistenza. Dal libro Sulla guerra civile, pubblicato nel 2015 da Boringhieri, a cura di David Bidussa, con lettere, discorsi e articoli di Claudio Pavone e Norberto Bobbio si vede come la Resistenza sia stata continuamente revisionata dal filosofo torinese in funzione della politica interna e, soprattutto, estera italiana. Nel 1965, nel celebrare il ventennale della Resistenza, Bobbio ricordò non solo la funzione della Resistenza di averci liberato dal fascismo e dal nazismo ( come se gli anglo-americani non fossero mai esistiti), ma soprattutto di avere evitato all’Italia una sconfitta come quella della Germania, divisa e occupata per chissà ancora per quanti secoli.

La riunificazione tedesca e il crollo dell’impero russo-sovietico, produsse la revisione della Resistenza come “guerra civile giusta”, come recita il titolo del libro di Claudio Pavone del 1991. Mentre spariva l’Europa post-45, il maggior problema di Bobbio era difendere la Resistenza come “guerra civile giusta”, accettando la concezione di Schmitt. Da una parte è difficilmente credibile che uno studioso di Hobbes come Bobbio non avesse ancora capito nel 1991 che una guerra civile è la guerra combattuta da un solo popolo sul proprio territorio per decidere chi comanda, mentre in Italia nel 44-45 il futuro fu deciso dalla guerra combattuta dagli anglo-americani e dai tedeschi, dall’altra sorprende che uno studioso di Hobbes non sapesse che la guerra civile è la cosa peggiore per un popolo, perché è la distruzione dello Stato e il ritorno alla stato di natura, un concetto politico per Hobbes, dove regna l’anarchia assoluta e ogni individuo, anche il più forte, rischia la morte.

Perché Bobbio scelse la definizione di “guerra civile giusta” per la Resistenza, mentre in Italia non vi era stata alcuna reale guerra civile, ma la sconfitta dello Stato italiano a opera degli anglo-americani e l’alleanza di gruppi di italiani, sovvenzionati via Pizzoni dagli Alleati, per atti di sabotaggio e spionaggio ai danni dei tedeschi e dei fascisti? E’ ovvio che Bobbio non pensa alla guerra civile inglese, né spagnola, quando manipola la storia della “Resistenza” e accetta Schmitt, ma alla guerra civile americana. Quella combattuta, secondo la vulgata, dai nordisti per liberare i neri dalla schiavitù.

La mossa di Bobbio è in funzione della politica estera: caduta la Russia sovietica, riposiziona l’Italia tutta in funzione americana, esaltando appunto la guerra civile americana, “guerra civile giusta”, perché libera gli schiavi e fonda gli Stati Uniti. In quel periodo Bobbio, dichiarò più volte di essere sicuro che l’uomo avrebbe lottato sempre contro il razzismo e per l’uguaglianza tra bianchi e neri, e allora non c’era il problema dell’immigrazione. Bobbio, come l’establishment italiano uscito dalla seconda guerra mondiale, usò la Resistenza in funzione antibritannica, antifrancese e antitedesca.

Come si vede dal discorso del 1965, Bobbio immaginava una Germania divisa per secoli, come se la Germania che già nel 1963 aveva sottoscritto il Trattato dell’Eliseo con De Gaulle e Adenauer, fosse quella del 1945. Né si era reso conto che la riunificazione della Germania era stata patrocinata dagli Usa nel 1989 ed era ineluttabile, poiché i tedeschi facevano Westpolitik e Ostpolitik e avrebbe potuto riunificarsi anche col consenso russo. La frustrazione italiana per l’asse franco-tedesca, i tentativi continui di aggirarla cercando alleanze con Berlino o Parigi, i famosi giri di walzer, come li chiamano a Parigi e Berlino, l’attuale confuso governo italiano che non ha né una politica estera, né una nazionale e spera ( invano) di essere usato come grimaldello da Trump e Putin per distruggere l’UE, ci dice in quale circolo vizioso cade la politica di uno stato quando, come accade con Bobbio, si fonda la politica di uno Stato su una storia falsata.

Da studioso di Hobbes, Bobbio sapeva che per Hobbes la storia è uno strumento utile alla politica, non una scienza. Nonostante traducesse la Guerra del Peloponneso di Tucidide, scrivesse un’opera sulla guerra civile inglese, il Behemoth, e conoscesse bene la storia greca e romana, l’autore del Leviathan rimase sempre convinto che l’obiettivo degli storici è persuadere e considerò la storia ambigua e di parte. Per avere un’idea dell’ambiguità della storia per Hobbes, basta ricordare il suo commento al motto di Tacito “Ne quid falsi dicere audeat, neque vere non audeat”. Per Tacito il potere politico non tollera critiche e desidera solo essere adulato. Per questo, le vicende di imperatori come Tiberio, Claudio, Nerone e dell’ultima parte della vita di Augusto, fino a Tacito, furono falsificate per paura, mentre erano al potere, e per odio dopo la morte.

In genere, chi loda i potenti per ottenere vantaggi o per timore delle ritorsioni, li denigra quando perdono il potere o muoiono. Questa situazione per Tacito si verifica a Roma dopo la fine della repubblica e l’instaurazione dell’impero, invece, per Hobbes, che durante il regno di Giacomo I assisté agli scontri tra il re e il parlamento, e a dibattiti infuocati, non esiste un sistema politico capace di sfuggire a questo destino.

Per questo, Hobbes voleva essere uno scienziato politico e non un filosofo politico. I filosofi politici, anzi i filosofi morali, come li chiamava con ironia, sono sempre in guerra con la penna e la spada per stabilire il “giusto” e l'”ingiusto”. Lottano per le loro passioni e il senatore Bobbio era un filosofo politico, un filosofo morale, avrebbe detto Hobbes con ironia. Hobbes non voleva fornire una nuova filosofia politica su cosa sia giusto o ingiusto, ma far capire cosa sia la politica. Ironizza sui filosofi che discettano continuamente sulla giustizia, perché per lui la giustizia, a differenza delle leggi dello Stato, è una passione intellettuale, il cui significato varia secondo gli individui, e per questo nella filosofia politica non si sono avuti risultati come nella scienza con Keplero e Galileo.

Dopo aver rilevato che se in un qualche trattato di geometria vi fosse stata qualche affermazione politica contraria al potere politico dominante, sarebbe finito sicuramente bruciato o distrutto, Hobbes affronta la politica sulla base di una nuova antropologia. Poiché gli uomini non sono né api, né formiche, per essi interesse privato e pubblico non coincidono e non sono geneticamente portati a collaborare per il sommo bene, come per Aristotele: entrano nello Stato col contratto solo per la paura della morte, la passione più forte, insieme a quella per il potere. E nello Stato non cambiano; sono frenati solo dalle leggi e dal timore delle pene. Al contrario delle api e delle formiche, hanno passioni e interessi di ogni tipo, e hanno la parola, un arma più pericolosa delle unghie e dei denti dei animali più feroci. “Fra tutti i pensatori che conosco – annotava Elias Canetti nel 1949 nel suo quaderno di appunti – è l’unico che non maschera il potere, il suo peso, la sua posizione centrale in ogni comportamento umano, ma neanche lo esalta, lo lascia semplicemente dov’è”.

La competizione e il conflitto è quindi sempre presente tra gli uomini e gli Stati, e per questo tutti i paesi hanno spie e cannoni alle frontiere, perché la guerra è sempre possibile. Le relazioni tra gli Stati sono per Hobbes come quelle degli individui allo stato di natura, dominate dall’anarchia e regolate solo dai rapporti di forza. Per Hobbes le guerre non nascono solo dal desiderio di espandere il potere di uno Stato, ma anche dalla preoccupazione di mantenerlo e assicurarlo per il futuro. La preoccupazione di Hobbes è di razionalizzare la guerra, come accade col Trattato di Westfalia del 1648, e quanto all’Europa, per Hobbes, le guerre si sarebbero combattute, come già accadeva per l’America al suo tempo, per la conquista di colonie e imperi in altri continenti.

Com’è noto, l’unica storia degna di essere studiata per Hobbes e i britannici era quella romana. Nel 1662 fu fondata a Oxford la Camden Professorship of Ancient History, la prima cattedra di storia in Inghilterra e fino al 1910 era limitata alla storia romana. Nel 1724 a Oxford e Cambridge furono istituite delle cattedre in storia moderna, considerata però una disciplina ausiliaria per lo studio delle lingue moderne. Anche nell’Ottocento l’insegnamento della storia britannica non fu mai considerato necessario nelle scuole secondarie e fu aggregato a quello della lingua, letteratura e alla geografia sotto la voce “English subjects”.

La storia moderna britannica cominciò a essere insegnata nelle scuole secondarie più importanti soltanto nel 1910, ma nel Regno Unito non si attribuiva all’insegnamento della storia funzioni civiche o politiche come negli Stati Uniti, dove l’insegnamento della storia, dopo la fine della segregazione razziale negli anni ’60, ebbe il compito di affrontare temi quali la cittadinanza e di integrare i nuovi immigrati. Stimati ed apprezzati gli storici accademici, come i filosofi e i sociologi, a parte eccezioni come Eric Hobsbawm, Bertrand Russell o Anthony Giddens, non hanno avuto ruoli politici importanti, come in Francia o in Italia, come ricordava Raymond Aron già nel celebre L’Opium des intellectuels del 1955.

Per una nazione come l’Italia, che non può certo determinare cambiamenti negli equilibri mondiali, è fondamentale almeno essere informata dei cambiamenti prima che avvengano e, per questo, non sono necessari accademici, ma un ministero degli esteri efficiente e una buona intelligence. Ebbene, al momento del crollo della Russia sovietica, l’unico a tentare di informare il governo italiano fu l’ambasciatore a Mosca Sergio Romano, che si dimise per protesta contro il governo De Mita convinto che l’Urss non sarebbe finita. Galli della Loggia spiega spesso come la classe dirigente e intellettuale del Pci, egemone in ogni settore culturale del Paese, fosse di provenienza borghese e non le interessasse tanto il “popolo”, ma avesse ambizioni internazionali.

Ebbene, questa élite fallì clamorosamente, non fu neppure in grado di prevedere la fine della Russia sovietica, una fine che era sotto gli occhi di tutti, se ne parlava dovunque fuori d’Italia e fu decretata dallo stesso Partito comunista sovietico. Questa élite, la cui base è Roma, e che tra redazioni dei maggiori quotidiani, accademia e case editrici, aveva in mano il destino dell’Italia, rimase al suo posto. Si buttò sull’America, fu neocon, appoggiò tutte le guerre Usa, decise perfino, dopo una nuova revisione del Risorgimento, di creare un nuovo Pci-Pd che con Renzi, mai stato di sinistra, inglobasse l’elettorato di centrodestra. Anche questa volta, un’altra cantonata, perché già con Obama era iniziato il ritiro dell’impero americano. Eppure dalle colonne di pensosi editoriali del Corriere s’invitava Renzi a sbattere i pugni sul tavolo a Bruxelles, a farsi sentire per avere la possibilità dall’Ue di fare più debito.

E quando è arrivato Trump, che non è altro se non la continuazione di Obama e ha detto chiaro e tondo di volersi ritirare dal Medio Oriente e pure dalla Nato, si sono addirittura inventati un governo nazionalpopulista che alleato, con Trump e Putin, distrugga l’Ue e la Germania e dia all’Italia il ruolo di protagonista in Europa. È chiaro che gli errori commessi nel 1945, quando si decise di ignorare la sconfitta e inventarsi un’Italia che si barcamenava tra Usa e Russia in funzione antibritannica, antifrancese e antitedesca, sono ormai calcificati nei cervelli delle nostre élite e alla penisola si prospetta un futuro da pura espressione geografica, nonostante il nazionalismo e il patriottismo imperante.

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