Mondo

Europeismo da sofà

di

Lukashenko

Il corsivo di Teo Dalavecuras

“Sono la prima donna a essere stata nominata presidente della Commissione europea. Sono la presidente della Commissione europea e come tale mi aspettavo di essere trattata in occasione della mia visita in Turchia, due settimane fa. Ma non è andata così. Nei Trattati europei non riesco a trovare nessuna giustificazione al modo come sono stata trattata. Pertanto, devo dedurre che è accaduto perché sono una donna. Se avessi indossato completo e cravatta sarebbe accaduto?”.

Lasciamo stare che la risposta a questa domanda falsamente retorica è “sì”: infatti proprio di fronte al sofà di Ursula von der Leyen stava seduto il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu nel suo completo con cravatta. Lasciamo anche stare che lo stesso Jean-Claude Juncker, portatore sano di cravatta, ha raccontato di essersi trovato in situazioni analoghe (quel che non ha aggiunto, perché è tra l’altro un signore, è di non averne fatto un dramma, tanto meno una specie di incidente diplomatico).

È – direbbe un avvocato – di palmare evidenza che il sesso della signora von der Leyen in questa storia che la stampa sempre servizievole e sempre meno dotata di senso della misura ha battezzato sofagate, c’entra meno di niente, è solo un tentativo, particolarmente goffo, di nobilitare un episodio miserevole e imbarazzante, cavalcato nell’illusione che la freschissima denuncia della Convenzione di Istanbul da parte di Ankara l’avrebbe reso credibile e permesso di scaricarne la responsabilità sul padrone di casa. Illusione spiegabile solo con una singolare scarsità di discernimento: Recep Tayyip Erdogan è un dittatore ma non è di sicuro il personaggio che dedica un nanosecondo della propria vita a ordire dispettucci, tanto che le autorità turche hanno liquidato il “caso” e le relative polemiche con un’alzata di spalle, limitandosi a rilevare che il settingdell’incontro dei presidenti del Consiglio europeo e della Commissione con il presidente della Turchia era stato concordato con i rispettivi protocolli.

Resta però un episodio oggettivamente storico. Davanti al Parlamento europeo, infatti, le parole di von der Leyen hanno scolpito nel marmo la verità impronunciabile ancorché evidente: l’Europa, come soggetto politico, non esiste, il presidente della Commissione non è un capo di governo così come quello del Consiglio europeo non è un capo di stato.

L’Europa non ha mai voluto essere una entità politica sovrana, anche se degli Stati sovrani mima i riti e pretende il trattamento diplomatico. L’idea “machiavellica” di Jean Monnet fu di svuotare gradualmente delle loro competenze gli stati nazionali per creare un mercato unico regolato da una burocrazia centrale, finché la necessità dell’unità politica non si sarebbe imposta con la forza delle cose. Un progetto rigidamente elitario ma non insensato, sulla carta; peccato che un nuovo soggetto politico sovrano non si possa fondare sulla carta senza la forza d’urto di quel curioso protagonista che si chiama “popolo” (che non è fatto solo dai lobbisti che popolano Bruxelles).

Quando Monnet ha cominciato a premere perché il parlamento europeo venisse eletto a suffragio universale le “classi politiche” nazionali hanno fatto orecchi da mercante. Nemmeno con la Brexit se la sono data per intesa: quando Emmanuel Macron propose che almeno i seggi nel parlamento Ue liberati dal Regno Unito fossero attribuiti da un collegio unico europeo, la proposta fu bocciata a larghissima maggioranza dallo stesso parlamento, il quale non si nega però reiterati sondaggi sul “gradimento” dell’Europa (nemmeno fosse una marca di dentifrici).

Le classi politiche nazionali sono ben felici di lasciare a una burocrazia comune (di tutti, quindi di nessuno) il governo dell’economia e di tante altre cose, purché questa burocrazia resti tale; sono entusiaste di avere a disposizione, oltre ai loro, di un grande parlamento comune, “europeo”, privo di poteri all’altezza del nome, dove collocare un certo numero di propri adepti di rango. Purché però la sovranità rimanga a ciascuno “Stato membro”, perché è la sovranità che garantisce gli allori del potere e se altri, privi di legittimazione e quindi di responsabilità politica provvedono allo smaltimento delle lacrime e del sangue, tanto di guadagnato. Questo è stato sino a oggi il “sogno europeo” che le classi politiche nazionali si sono intestate, un assetto che si riflette nei Trattati, che forse la signora von der Leyen non ha letto con sufficiente attenzione.

In queste condizioni è inevitabile che ai vertici dell’Unione siano designate persone che non infastidiscano nessuno degli stati-membri, prive cioè di qualsiasi requisito della leadership e del conseguente spessore umano. Così è sempre stato, forse con la sola eccezione di Juncker, che infatti ha subito dovuto fare i conti con lo “scandalo” del paradisiaco fisco lussemburghese: “scandalo” di cui tutti erano a conoscenza da sempre (salvo i giornalisti, naturalmente) montato tanto per mettere Juncker al suo posto.

Però lo spettacolo dei due presidenti che sgomitano davanti all’opinione pubblica di tutto il mondo per il posto in prima fila alla corte di Erdogan è un inedito, soprattutto quando una dei “protagonisti” due settimane dopo rispolvera l’argomento, con parole infelici e argomenti poveri, nell’aula del Parlamento europeo.

Nel frattempo, si misura l’indice di europeismo di Matteo Salvini un giorno sì e l’altro pure, mentre la “mucca” che nessuno vede séguita a pascolare nei prati del mercato unico europeo: si chiama “europeismo” e si traduce “Europa sovrana mai”.

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