L’espressione “diplomazia energetica” evidenzia obiettivi e meriti di questa “geopolitica del fare”, mirata a cogliere le opportunità e le prospettive utili all’interesse nazionale, rispetto alla diplomazia internazionale intesa come minuetto cerimoniale o chiacchiera ideologica. Le missioni all’estero di Giorgia Meloni sono state forse il leit-motiv principale della sua presidenza e hanno ottenuto di sdoganare premier e governo dal pregiudizio contro la provenienza populista e di accreditare la stabilità italiana come un riferimento globale, anche rispetto ai mercati finanziari, con un bel vantaggio per un paese indebitatissimo come il nostro.
Insomma, Meloni non è Orban, anche se ci ha intrattenuto rapporti cordiali non rinnegati e se la affianca un vicepresidente che condivide qualche posizione dell’ex premier ungherese, non può essere ridotta a sovranista e la retorica antifa delle opposizioni è un rumore di fondo fastidioso ma inefficace. Però Meloni non è neppure Macron né Merz né Starmer né Sanchez, la sua solidità governativa, pur incrinata dal referendum e da alcuni incidenti di percorso, è incomparabile con l’instabilità sostanziale di Francia, Germania, GB e Spagna (assommiamo situazioni molto diverse, ma unite da debolezze e forzature nel rapporto tra le leadership e i relativi “paesi reali”).
In questo percorso, partito da Garbatella e Colle Oppio per coprire tanta parte del globo terracqueo Meloni, soprattutto negli ultimi mesi, ha toccato alcune tappe di diplomazia economico-energetica, divenuta l’asse delle relazioni bilaterali dopo le crisi globali legate a risorse naturali, terre rare, idrocarburi, navigabilità e commerci. Venezuela e Cuba, Groenlandia e Artico, Indo-Pacifico e Africa, Iran e Russia rientrano in fondo in questo “gran gioco de quattrini” per dirla con la Ninna-nanna di Trilussa.
Ecco perché accanto ai grandi vertici – come la CPE di Erevan, dove si intrecciano bilaterali (anche quello italo-elvetico sul pagamento dei conti delle cure per gli ustionati e intossicati di Crans Montana), alle dichiarazioni geo-politiche inevitabilmente trump-centriche, al “quando si vede con Rubio” (curiosità rilevante dopo gli attacchi donaldeschi a Prevost e premier e gli annunci di disimpegno Usa) – diventano nodali tappe meno bersagliate dai flash come l’Algeria, l’Oman o l’Azerbaigian col bilaterale Meloni-Aliyev sempre di ieri. Perché sono fornitori energetici fondamentali e/o paesi “ponti” che intrattengono relazioni allargate e morigerate utili ad auspicati tavoli cui sedersi per darsi una calmata. Perché sono paesi molto ricchi in qualcosa ma scarsi in altre di cui noi disponiamo – fantasia, creatività, cultura, genio imprenditoriale, esperienza artigianale, know how tecno-scientifico – e prendere da loro può accompagnare il dare qualcosa di nostro.
Si tratta di nazioni che spesso non rispondono alla splendida immagine delle splendenti democrazie liberal-parlamentari occidentali, di autocrazie familistiche moderate con processi riformistici decisi ma cauti. Un riflesso di quest’aspetto lo si è avuto ieri, quando il presidente Aliyev si è collegato alla CPE, fatto molto positivo, ma accusando l’Europarlamento, di sabotare il processo di pace per il Nagorno-Karabakh con le risoluzioni sulle violazioni dei diritti umani da parte azera contro i separatisti armeni.
Considerando la pessima prova che creatori, produttori ed esportatori di democrazia e libertà stanno però dando – Usa, UE e stati membri, organismi internazionali dall’ONU alla BCE, etc. – anche su questo aspetto un compromesso è un punto di forza tattico per ridurre l’incertezza che insidia, con le strategie sovrannazionali, la vita di chi deve fare rifornimento, la spesa al supermercato, investire i risparmi. In questo senso l’impegno di Meloni e Aliyev di “aumentare i volumi” delle già rilevanti forniture energetiche è strategico. Alla politica del fare, di cui parliamo per lamentare l’astrattezza delle polarizzazioni italiane, occorre una diplomazia del fare.







