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La guerra, le cause e gli effetti

Che cosa si dice e che cosa non si dice sulla guerra di Usa e Israele all’Iran. Il corsivo di Falconi.

Sulle cause della guerra, e delle guerre, giungono tesi diverse da fonti differenti per posizioni geo-politiche, per rapporto tra informazione e interpretazione ma soprattutto per ottica, per approccio. Nella banalità delle motivazioni immediate, Israele e Usa hanno attaccato l’Iran perché ne temevano l’armamento nucleare, l’obiettivo antisionista e lo stallo delle trattative al riguardo, che avrebbe fatto guadagnare tempo a Khamenei.

In mezzo c’è la netta prevalenza delle ragioni politiche interne su quelle internazionali, per cui possiamo dire che Trump ha aggredito l’Iran per far dimenticare gli Epstein files, che Netanyahu ha così coagulato un consenso inedito e che Macron reclamizza l’ombrello atomico per far dimenticare la propria debolezza. Considerazioni analoghe valgono per tutti i soggetti coinvolti o impegnabili: sono in fase critica o molto critica leader europei e governance dell’Unione, ayatollah e Casa Bianca, Putin e Zelensky, Nato e Onu, persino Pechino ha i suoi problemi. Viene da pensare a un cedimento strutturale della politica e della diplomazia, al quale è forte la tentazione di sottrarsi con l’exit strategy bellica.

In ultima analisi, poi, c’è la tesi pacifista de “La ninna-nanna de la guerra” di Trilussa (1914): «Ché quer covo d’assassini / che c’insanguina la terra / sa benone che la guerra / è un gran giro de quatrini / che prepara le risorse / pe’ li ladri de le Borse». Semplicistica ma utile a illuminare un caos internazionale con enormi implicazioni economiche e finanziarie. Il titolo centrale del Sole 24 ore di oggi sembra un sequel dei versi di Trilussa: “Borse, la guerra costa 2mila miliardi. In una settimana Europa e Wall Street pagano le nuove tensioni globali. Il listino di Tel Aviv sale del 6%: capitali attirati dalla forza militare”. Così come il pezzo del Messaggero sulla trasformazione in holding di Difesa Servizi, società in house del ministero della Difesa.

Passando dalle cause agli effetti della guerra e delle guerre, tenendo conto della dichiarazione del ministro Crosetto per cui siamo sull’orlo dell’abisso (ben più clamorosa di quella sull’attacco israelo-americano come fuori dal diritto internazionale) e del vaticinio qatariota secondo cui gli attuali conflitti faranno crollare l’economia mondiale. Il Qatar è il secondo produttore mondiale di gas, che ha avuto un aumento del 26% in una sola notte, mentre il petrolio è proiettato dai 90 ai 150 dollari al barile e la benzina punta a tre euro al litro.

Ora, a proposito della Ninna nanna, le accuse di speculazione sono corali, ma meravigliano per la loro tardiva ingenuità, visto che da anni assistiamo – davanti allo scaffale del supermercato o al menù della trattoria – a un rincaro del carrello della spesa di tale genere, cioè non correlato all’inflazione come processo svalutativo dovuto alla vivacità commerciale. Il pacifismo assoluto del Papa e dei conduttori di Sanremo, che chiede la cessazione di ogni conflitto e l’instaurazione dell’amore globale, unisce insomma al suo inapplicabile utopismo un fondo di verità che potrebbe prevalere in vista del conto. Gli elettori (anche) di destra non gradiscono la guerra in sé, tanto meno i rincari in bolletta o al distributore, che tra l’altro toccano un tasto dolentissimo per un valore cui Meloni tiene tantissimo, la coerenza tra oppositrice e premier. Il che spiega bene, a proposito di prevalenza delle esigenze interne su quelle internazionali, il “pacifismo” meloniano di molte dichiarazioni: “Non siamo in guerra e non ci entreremo”.

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