Innovazione

Vi spiego il flop della web tax italiana

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Fallito il tentativo di varare una web tax europea, la Francia ne ha approvata una propria versione. Altrettanto vorrebbero fare Gran Bretagna e Spagna. E l’Italia? La legge che introduce l’imposta c’è, mancano però i decreti attuativi. Per il momento, è certo che nel 2019 mancheranno all’appello 160 milioni. L’analisi del tributarista Tommaso Di Tanno

È di pochi giorni fa la notizia che la Francia ha varato la sua web tax, sostanzialmente in linea con la versione proposta dalla Commissione Ue nel marzo 2018. La scelta ha un suo specifico rilievo perché arriva dopo che la proposta Ue è stata sostanzialmente affossata dal rifiuto di attuarla di quattro paesi: Svezia, Danimarca, Finlandia e Irlanda. Considerato che avrebbe dovuto essere approvata all’unanimità, pare difficile prevederne un rinnovo in seno alla nuova Commissione, pur prendendo atto che quella appena cessata intendeva riproporla benché con rilevanti modifiche rispetto alla versione originaria (si proponeva una restrizione della sua applicazione alle sole prestazioni di carattere pubblicitario).

La posizione francese risulta, poi, ancora più clamorosa perché interviene dopo l’emanazione di un documento tecnicamente molto ricco dell’Ocse, recepito appieno dal G20 giapponese di giugno, che continua a restringere la problematica alla sola modifica della definizione di stabile organizzazione rifiutandosi di prendere in considerazione altre soluzioni, come appunto la web tax (che è un’imposta indiretta sul giro d’affari). E lo è ancora di più tenendo conto che, nelle more della definitiva approvazione della nuova legge, l’amministrazione statunitense ha minacciato l’adozione di misure di ritorsione su prodotti francesi se la web tax fosse stata davvero varata.

Stupisce la determinazione con cui l’imposta viene avversata. Non vi è alcun oppositore che non riconosca l’insostenibilità della situazione attuale: le web company non pagano imposte nei paesi dai quali prelevano ricchezza, esercitano una concorrenza in condizioni diseguali con le imprese di settori diversi da esse, accumulano tali profitti – perlopiù in paradisi fiscali – da consentire loro di rivaleggiare anche con non trascurabili stati sovrani. Come non intendere il pericolo indotto da questa situazione? O come non intendere che vi è, all’evidenza, un’attività lobbistica sottostante che annebbia le coscienze dei governanti?

La legge francese, invece, si segnala anche per un certo equilibrio. Dispone, infatti, espressamente che il parlamento venga annualmente informato sui progressi conseguiti tanto in sede europea quanto in sede Ocse sull’adozione di una forma meglio coordinata di imposizione del settore. E ciò allo scopo di reagire con prontezza ove si delinei un quadro di effettivo maggiore e migliore coordinamento internazionale. Si dispone, altresì, che il parlamento venga informato, entro tre mesi dalla promulgazione della legge, delle differenze fra commercio ordinario ed e-commerce allo scopo di meglio mirare le relative disposizioni tributarie.

Anche la Spagna, nel frattempo, ha approvato – alla sola Camera, per il momento – la sua web tax in versione analoga a quella disegnata in sede Ue. E la Gran Bretagna ha avviato una pubblica consultazione su una proposta di legge sostanzialmente analoga.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

E l’Italia? Il nostro paese era stato – a parole, è ovvio – un grande anticipatore. Con la legge 205 del 2017 (articolo 1, commi da 1011 a 1019) aveva già introdotto la web tax. Gettito previsto per il 2018: 190 milioni. Tuttavia, l’imposta non era entrata in funzione perché occorreva l’emanazione di decreti di attuazione entro il 30 aprile 2018. Nel frattempo, si erano tenute le elezioni e il termine era scaduto senza che alcuno se ne preoccupasse. Ma ecco la legge 145 del 2018 riesumare la web tax in versione europea (articolo 1, commi da 35 a 50). Anch’essa, però, con la caratteristica di rinviare le disposizioni attuative a un decreto da emanarsi, stavolta, entro il 30 aprile 2019. Entrata in vigore: il 1° luglio 2019. Gettito previsto: 160 milioni nel 2019; 600 milioni a regime, cioè nel 2020 (da notare che il gettito stimato dai francesi è di 500 milioni). Sennonché anche in questo caso – nonostante il governo del cambiamento – il termine del 30 aprile è decorso senza che alcun decreto venisse emanato, con la conseguenza che l’imposta di cui era prevista l’entrata in vigore a partire dal 1° luglio 2019 a tutt’oggi risulta inapplicata perché tecnicamente inapplicabile.

Del resto, che la nostra web tax fosse poco credibile risulta evidente ove si consultino gli atti parlamentari francesi. Ci si sarebbe dovuti aspettare ampi riferimenti al precedente italiano, che invece latitano. Ma, anche ipotizzando un’ingiustificata e deprecabile spocchia d’oltralpe, ancora più disarmante appare il commento di testate giornalistiche ben focalizzate sull’economia (Bloomberg dell’11 luglio 2019 fra tutte) che, nel dare ampia (e documentata) notizia della novità di fonte francese, si guarda bene dal citare l’esempio dell’Italia che – a parole – avrebbe aperto la strada alla web tax in formato almeno ispirato alla proposta di direttiva Ue.

Per il momento, dunque, è certo che nel 2019 mancheranno all’appello 160 milioni. Vedremo qualcosa dei 600 previsti per il 2020?

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