Innovazione

Verità e bugie sugli statali in smart working. Parla Ichino

di

smart working Covid-19

Tesi, riflessioni e consigli di Pietro Ichino, giuslvaorista, su statali e smart working. Intervista pubblicata dal quotidiano la Nuova Sardegna

 

Nei giorni hanno fatto discutere le sue parole sullo smart working.

PROFESSOR ICHINO, INIZIAMO DA UNA DOMANDA SECCA: LEI E’ FAVOREVOLE O CONTRARIO?

Ma come si fa a essere contrari a questa forma nuova di organizzazione del lavoro? Chi può essere contrario all’evoluzione tecnologica, a Internet, alla telematica? Ciò a cui sono contrario – e con me, credo, la grande maggioranza degli italiani – è il chiamare “smart working” il letargo che ha caratterizzato gran parte delle amministrazioni pubbliche nei mesi scorsi.

NELL’INTERVISTA A LIBERO HA CHE DURANTE IL LOCKDOWN, A SUO AVVISO, LO SMART WORKING E’ STATO PER LA MAGGIOR PARTE DEI DIPENDENTI PUBBLICI UNA LUNGA VACANZA PAGATA. SU CHE BASE LO HA AFFERMATO?

Ci è stato detto che quasi tutti i dipendenti pubblici erano impegnati nel lavoro da casa, ma tutti abbiamo avuto sotto gli occhi le amministrazioni inaccessibili e le pratiche rinviate sine die in tutti i settori, da quello tributario alla Motorizzazione civile, alle sovrintendenze, agli ispettorati, agli uffici giudiziari, alla polizia urbana, ai musei. Come facevano a “lavorare da remoto”, per esempio, i vigili urbani, i custodi dei musei, gli operatori ecologici, gli uscieri? Anche nella scuola tutti abbiamo constatato che una parte soltanto degli insegnanti si è attivata per la didattica a distanza e il personale tecnico e amministrativo è per lo più rimasto a casa senza alcun compito da svolgere.

MA LA MINISTRA DADONE, SUL CORRIERE, SOSTIENE CHE DURANTE LA PANDEMIA SIA AUMENTATA LA PRODUTTIVITA’ DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

In alcuni casi sì: è accaduto che chi ha lavorato da casa abbia fatto persino di più di quel che faceva prima in ufficio. Ma la ministra sa benissimo che questo è accaduto soltanto in una parte minoritaria dei casi. Negli altri casi il lavoro è stato semplicemente sospeso.

I SINDACATI LE OBIETTANO CHE NON E’ COLPA DEI DIPENDENTI SE E’ STATO ORDINATO LORO DI RIMANERE A CASA.

Certo che non è colpa loro. Ma occorre chiamare le cose con il loro nome: sospensione dal lavoro.

COSA CAMBIA?

Se di sospensione dal lavoro si tratta, si pone il problema della disparità di trattamento fra pubblico e privato: perché nel privato i lavoratori sospesi si sono visti ridurre la retribuzione, nel settore pubblico no. Chiamar le cose con il loro nome serve anche per evitare di imputare allo smart working delle colpe che non ha. Ed è il presupposto per una domanda alla quale la ministra Dadone non risponde: perché la ripresa del lavoro nel settore pubblico tarda tanto più a lungo rispetto al settore privato?

A CHE COSA SI RIFERISCE, PRECISAMENTE?

Al fatto che soltanto il 19 giugno scorso al ministero della Funzione Pubblica c’è stato un incontro con i sindacati per la negoziazione del protocollo per il ritorno al lavoro, peraltro con esito negativo. Nelle aziende private questi incontri avvenivano ad aprile, in funzione della riapertura ai primi di maggio.

LO SMART WORKING VIENE DA PIU’ PARTI AUSPICATO COME UNA NUOVA MODALITA’ DI LAVORO PIU’ SOSTENIBILE. PUO’ AVERE UN FUTURO IN ITALIA?

Può eccome; e lo avrà di sicuro. Il “lavoro agile” può consentire alle aziende di ridurre i costi fissi, alle persone che lavorano di ridurre il tempo dedicato agli spostamenti, alle città di ridurre l’inquinamento e la congestione del traffico nelle ore di punta. Però non tutti hanno una abitazione che consenta di lavorare bene da casa: occorre che si diffonda capillarmente l’offerta di luoghi adatti per lo smart working, qualche cosa di più di un Internet Café. E occorre un ripensamento della struttura di un rapporto di lavoro nel quale la prestazione non è più misurata dal tempo.

SIAMO ALL’INTERNO DI UNA CRISI ECONOMIA FORSE SENZA PRECEDENTI. CHE COS SI PUO’ FARE PER ARGINARE I DANNI?

Imparare a spendere bene e in fretta l’enorme quantità di denaro di cui lo Stato dispone per fronteggiare la crisi. E innervare il mercato del lavoro dei servizi indispensabili per mettere in comunicazione la domanda e l’offerta: in Italia, su questo piano, siamo ancora all’anno zero.

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