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Cosa farà Tsmc in Italia sui microchip?

Tsmc

Tsmc, il colosso taiwanese dei microchip, potrebbe aprire una fabbrica di semiconduttori in Italia o in Germania. Ecco il contesto, i dettagli, le controversie sui sussidi pubblici e le perplessità delle aziende sul mercato europeo

 

Tsmc, l’importante società taiwanese produttrice di microchip, potrebbe costruire una fabbrica di semiconduttori in Europa, in Germania o forse in Italia. Come riporta Il Corriere della Sera, infatti, di recente i rappresentanti delle autorità di Taiwan hanno avviato contatti preliminari con il governo italiano relativi all’apertura dell’impianto nel nostro paese. Tsmc aveva discusso della stessa cosa con il governo tedesco lo scorso dicembre.

IL CONTESTO, IN BREVE

I microchip, o semiconduttori, sono componenti (anche molto sofisticati) necessari alla realizzazione di automobili, computer, elettrodomestici, smartphone e dispositivi tecnologici simili, tra le altre cose. Sono dunque cruciali per lo sviluppo futuro e la competitività delle economie.

Come ricordato da un recente brief di Cassa depositi e prestiti, gli Stati Uniti hanno una quota del 65 per cento nel mercato della progettazione (design) di microchip. Per quanto riguarda però la loro realizzazione concreta, ovvero la fase di fabbricazione, sono indietro: la loro capacità vale intorno al 10 per cento; quella taiwanese, per fare un paragone, è superiore al 60 per cento. Taiwan è leader anche del segmento finale della filiera dei microchip, la fase di testing e di confezionamento (packaging).

L’America, l’Unione europea, la Cina e molte delle altre maggiori economie mondiali stanno lavorando per “riportare a casa” la manifattura di microchip, cioè per installare fabbriche (“fonderie”, in gergo tecnico) direttamente sul proprio territorio o nelle immediate vicinanze, in modo da garantirsi la certezza degli approvvigionamenti.

COSA FA TSMC

Tsmc è la più grande produttrice di chip su contratto: significa che li fabbrica per conto di terzi, cioè aziende che si limitano a progettarli ma non li realizzano concretamente. I siti produttivi di Tsmc si trovano principalmente a Taiwan, ma la società – per rispondere al contesto globale di “accorciamento” delle filiere – sta aprendo impianti anche all’estero: sta ad esempio costruendo una fabbrica da 12 miliardi di dollari in Arizona, negli Stati Uniti, e ne ha in programma una da 7 miliardi in Giappone.

In merito all’Unione europea, il governo taiwanese dichiarò qualche mese fa che esisteva un “enorme” spazio per la collaborazione Taipei-Bruxelles sui microchip. Attualmente Europa vale meno del 10 per cento della produzione globale di semiconduttori; l’obiettivo della Commissione europea è di portare quella quota al 20 per cento entro il 2030 e, per farlo, ha messo a punto un piano di stimolo per il settore ancora un po’ vago (lo European Chips Act). Gli Stati Uniti vogliono ampliare la manifattura domestica di chip con un investimento pubblico di 52 miliardi di dollari.

Nessuno stato europeo – e nemmeno gli Stati Uniti – possiede relazioni diplomatiche formali con Taiwan, che la Cina non considera un paese a sé ma una provincia del proprio territorio da portare sotto il suo controllo.

LE DIFFICOLTÀ EUROPEE SU TSMC

A fine 2021 Lora Ho, vicepresidente della divisione vendite in Europa e Asia di TSMC, disse che la decisione finale della società sull’investimento nel continente europeo dipenderà da vari fattori. I principali sono tre: i sussidi offerti dai governi, i livelli della domanda e la disponibilità di “talenti”, cioè di lavoratori in possesso delle necessarie competenze.

In Europa la domanda di semiconduttori arriva principalmente dalle case automobilistiche, che non hanno bisogno di chip avanzatissimi, ovvero quelli che garantiscono i maggiori profitti ai produttori. Le società come TSMC o Intel, dunque, hanno qualche perplessità in merito alla capacità di assorbimento del mercato europeo: per rientrare dei grandi investimenti necessari per la costruzione delle fabbriche (nell’ordine delle decine di miliardi di dollari), devono avere la certezza che queste lavoreranno a pieno regime, generando entrate sufficienti a coprire le spese.

LA QUESTIONE DEI SUSSIDI

Lo scorso novembre la ex-cancelliera tedesca Angela Merkel disse che che “la produzione di chip competitivi, dalle dimensioni di 3 o 2 nanometri, per esempio, è sostanzialmente impossibile senza sussidi statali”.

L’idea non piace molto ai Paesi Bassi, storicamente portatori di una linea liberista in economia, che pensano che l’idea dell’Unione europea di distaccarsi dalla filiera globale dei semiconduttori per concentrarsi sull’autosufficienza sia “un’illusione”. “Gli interessi europei”, si leggeva appunto in un documento del governo nederlandese, “sono meglio serviti da un ecosistema aperto che rimane focalizzato sull’attrarre investimenti, accelerare l’innovazione e aggiungere valore al mercato”.

L’Italia si posiziona un po’ a metà tra i due estremi: il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti dichiarò infatti che è necessaria una “riflessione sulla compatibilità tra sovranità tecnologica e aiuti di stato”.

TSMC IN ITALIA?

Sul Corriere della Sera Federico Fubini scrive che l’ipotetica fabbrica di Tsmc in Italia potrebbe sorgere tra la Lombardia e il Veneto. I motivi riprendono quelli citati da Lora Ho: la garanzia della domanda, proveniente dal comparto manifatturiero; la presenza di università con le quali avviare progetti di formazione; la disponibilità di manodopera qualificata “a costi inferiori alla Germania” e “una minore densità di concorrenza” nell’industria dei chip.

L’investimento di TSMC ammonterebbe a 10 miliardi di dollari circa e permetterebbe la creazione di tremila-cinquemila posti di lavoro diretti. Pare però che l’azienda voglia ottenere dal governo (italiano o tedesco che sia) una partecipazione all’investimento pari forse al 50 per cento. Non è chiaro se le regole comunitarie lo permettano: i sussidi sono consentiti solo nel caso di stabilimenti per chip avanzati, che non sembrano tuttavia essere quelli più adatti al mercato europeo, visto il contesto industriale.

L’AFFARE INTEL

L’Italia ha raggiunto un accordo di principio con la società americana di microchip Intel per l’apertura di un impianto di testing e confezionamento di semiconduttori. La fabbrica potrebbe venire costruita o nell’area di Mirafiori a Torino (storico comprensorio della FIAT e oggi del produttore automobilistico Stellantis) oppure a Catania, dove già opera STMicroelectronics.

L’impianto di packaging italiano rientra nel più grande piano di investimento di Intel per l’Europa: verrà infatti realizzata anche una fabbrica per la produzione di microchip, probabilmente in Germania. Su questo punto, l’amministratore delegato di Intel, Pat Gelsinger, aveva spiegato che l’azienda non vuole concentrare tutte le sue attività in un singolo stato europeo, ma vuole piuttosto creare un sistema integrato nel continente.

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