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Quanti soldi pubblici incasserà Intel per produrre chip in Europa?

Intel

L’Ue vuole contare di più, nell’industria dei semiconduttori. Merkel dice che è impossibile produrre microchip avanzati senza sussidi pubblici. I Paesi Bassi nicchiano. L’Italia è nel mezzo, ma lavora a un’offerta per Intel

 

A luglio dell’anno scorso il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, disse che l’Unione europea non potrà raggiungere la sovranità digitale se non si renderà autonoma sulla microelettronica. Si riferiva ai microchip, o semiconduttori, dei componenti essenziali per la produzione di automobili (soprattutto elettriche), di smartphone e dispositivi elettronici vari ma anche di missili. La loro produzione avviene in stabilimenti chiamati “fonderie” che si concentrano per la quasi totalità in due soli paesi del mondo: Taiwan e la Corea del sud; da una parte c’è TSMC, dall’altra Samsung.

Al momento l’intera Europa vale meno del 10 per cento della produzione globale di microchip. L’obiettivo di Bruxelles è raddoppiare quella quota, portarla al 20 per cento entro il 2030, attraverso investimenti massicci ma non ancora ben definiti.

LO EUROPEAN CHIPS ACT

A settembre la Commissione europea ha annunciato la creazione dello European Chips Act, che ha lo scopo di creare “un ecosistema europeo dei chip all’avanguardia” che includa la ricerca, la progettazione e  la produzione. In questo modo, l’Unione punta a garantirsi maggiore sicurezza degli approvvigionamenti: la crisi globale di carenza di microchip, che va avanti ormai da molto e che sembra non si risolverà a breve, sta infatti danneggiando le operazioni delle case automobilistiche europee (ma non solo).

L’European Chips Act dovrebbe venire adottato entro il terzo trimestre del 2022. Sappiamo che la Commissione vorrebbe investire un quinto dei 750 miliardi di euro del piano per la ripresa dalla pandemia in progetti per il digitale.

LE DIFFICOLTÀ

Le difficoltà europee sono principalmente due. Attirare società estere – come TSMC, ad esempio – è complicato perché nel Vecchio continente la domanda di semiconduttori arriva principalmente dalle case automobilistiche, che non hanno bisogno di chip avanzatissimi (ovvero quelli che garantiscono i maggiori profitti ai produttori).

Se anche Bruxelles decidesse di spingere soprattutto sullo sviluppo di attori interni e non stranieri – come vorrebbe la Francia, e il commissario Breton -, rimangono comunque le perplessità delle aziende sulle capacità di assorbimento del mercato europeo. Per rientrare dei grandi investimenti necessari per la costruzione delle fabbriche, cioè, le aziende devono avere la certezza che queste lavoreranno a pieno regime, generando entrate sufficienti a coprire le spese.

I COSTI

Una fabbrica avanzata di produzione di microchip richiede una spesa di 20 miliardi di dollari; una di livello base di circa 15. Senza considerare che, visto l’avanzamento tecnologico, diventano obsolete in poco tempo, nel giro di cinque anni.

COSA PENSANO GERMANIA, PAESI BASSI E ITALIA

Ieri, in un’intervista a Reuters, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che “la produzione di chip competitivi, dalle dimensioni di 3 o 2 nanometri, per esempio, è sostanzialmente impossibile senza sussidi statali”.

L’idea non piace molto ai Paesi Bassi, storicamente portatori di una linea liberista in economia, che pensano che l’idea dell’Unione europea di distaccarsi dalla filiera globale dei semiconduttori per concentrarsi sull’autosufficienza sia “un’illusione”. “Gli interessi europei”, si legge in un documento del governo nederlandese, “sono meglio serviti da un ecosistema aperto che rimane focalizzato sull’attrarre investimenti, accelerare l’innovazione e aggiungere valore al mercato. La diversificazione e l’interdipendenza reciproca promuovono la resilienza”. In sostanza: meno focus sull’autosufficienza (e sui sussidi pubblici), più enfasi sul mercato aperto. Nei Paesi Bassi hanno sede aziende importanti della supply chain dei semiconduttori, come ASML (che realizza macchinari avanzati), NXP e Besi.

Tra la Francia e i Paesi Bassi si posiziona l’Italia: il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha recentemente dichiarato che è necessaria una “riflessione sulla compatibilità tra sovranità tecnologica e aiuti di stato”.

GLI STATI UNITI, L’EUROPA E LE PREVISIONI

Negli Stati Uniti di Joe Biden, che vogliono contare di più nell’industria dei semiconduttori per ridurre la dipendenza dall’Asia, è stata approvata una legge contenente 52 miliardi di dollari in sussidi.

In Europa invece, secondo A.T. Kearney, nel 2020 la spesa in semiconduttori ammontava a 44 miliardi di euro, ma solo il 19 per cento di questa somma era destinata a chip moderni, di piccole dimensioni. Secondo la società di consulenza, comunque, al 2030 la spesa crescerà fino a 80 miliardi di euro l’anno, e la quota dei chip avanzati arriverà al 43 per cento. Sempre Kearney prevede che al 2030 la domanda europea di semiconduttori sarà inferiore all’obiettivo, fissato dalla Commisione, di arrivare al 20 per cento della capacità produttiva mondiale.

E INTEL?

Intel, azienda statunitense che realizza semiconduttori, vuole dotarsi di capacità di produzione di semiconduttori all’avanguardia in Europa e potrebbe aprire delle fabbriche in Germania e in Italia. Il governo Draghi sta lavorando a un’offerta, dicevano fonti a Reuters: l’investimento di Intel – per un impianto di packaging, o confezionamento – potrebbe ammontare a più di 4 miliardi di euro, o addirittura a 8. Parte dell’investimento verrà sostenuta con fondi pubblici.

L’interesse di Intel per l’Europa si spiega con il più ampio piano di ristrutturazione del suo modello di business. Storicamente si è occupata di progettare semiconduttori, ma ora vuole diventare anche un produttore di chip per quelle aziende che si limitano a svilupparli – ad esempio Qualcomm – e ne delegano la costruzione a soggetti terzi. In sostanza, vuole entrare nel segmento di mercato di TSMC e Samsung e fare loro concorrenza.

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