Innovazione

Tim, lo strepitio di Vivendi, i nuovi piani di Elliott e l’incognita fondi

di

Bolloré

Vivendi e Vincent Bollorè rovesciano il tavolo per evitare di perdere la partita Tim con il fondo americano Elliott. Si surriscalda se possibile ancor più la disputa industrial-finanziaria sull’ex Telecom Italia. Vediamo le ultime novità.

COSA E’ SUCCESSO

Ieri a sorpresa il gruppo francese Vivendi che ha il controllo di Tim ha stoppato il fondo Elliott con una contromossa: le dimissioni dei consiglieri di amministrazione in quota Vivendi su input del numero uno del gruppo francese, Vincent Bolloré.

GLI EFFETTI

In questo modo il cda dell’ex Telecom Italia di fatto decade prima della prevista assemblea del 24 aprile con le dimissioni dei consiglieri in quota Vivendi, tra cui il presidente Arnaud de Pouyfontaine. Che cosa significa? La mossa rende di fatto superata la richiesta del fondo Elliott di revoca e sostituzione dei consiglieri de Puyfontaine, Cre’pin, Herzog, Jones, Philippe e Recchi (in tutto i dimissionari sono 8 perché lasciano a sorpresa anche gli “indipendenti” Camilla Antonini e Marella Moretti ma sensibili, evidentemente, alle attese dei francesi). Lascia dunque con effetto immediato anche il vice presidente esecutivo Giuseppe Recchi e il suo posto, comprese le deleghe sulla funzione Security e sui cavi sottomarini di Telecom Italia Sparkle, viene preso da Franco Bernabé. Il 4 maggio un’altra assemblea convocata ad hoc nominerà ex novo il nuovo board del gruppo.

PARLA VIVENDI

E’ l’ora di “fare chiarezza e dare certezza alla governance della società”, dicono i consiglieri dimissionari giustificando la decisione di dimettersi. Ma così, in verità, Vivendi non rischia più di essere completamente estromessa dal cda – come mirava il forcing di Elliott – perché potrebbe nominare comunque fino a 5 membri (come lista di minoranza). Infatti Vivendi ieri ha bollato così Elliott: resta un “hedge fund attivista, noto per il suo track record di iniziative a breve termine” che ha lo scopo “di smantellare Tim”.

LE PROSSIME MOSSE

Ora Vivendi “punterà a dividere i fondi, assicurandosi così ancora la maggioranza del board”, scrive il Sole 24 Ore. Se infatti gli investitori più tradizionali presentassero una loro lista di minoranza – rigorosamente fatta da indipendenti che, per prassi Assogestioni, non possono assumere deleghe – la lista attivista di Elliott – con candidati presidente e ad – dovrebbe coagulare più del 24% per battere Vivendi: impresa ardua se ci saranno più liste di mercato. Elliott, che punta alla formula della public company, dovrà quindi convincere a sua volta anche i fondi più tradizionali – secondo il Sole – a sposare la sua battaglia, aggregando i candidati indipendenti di Assogestioni, ma per questo dovrà trovare dei candidati “esecutivi” a prova di bomba. Conclusione: se Assogestioni ed Elliott presentassero due liste differenti, sarebbe più complicato per i grandi fondi coagulare un numero di voti sufficienti a superare il 23,9% di Vivendi.

IL GIUDIZIO DI ELLIOTT

Non si è fatta attendere la replica del fondo americano di Paul Singer alle mosse dei francesi: Elliott “non è stato sorpreso dall’aver visto le dimissioni di sette membri del board affiliati a Vivendi. Incapace di avanzare argomentazioni meritevoli, il consiglio ha semplicemente abbandonato i propri posti per prendere tempo. Elliott considera questa azione cinica e egoista, in quanto ritarda la possibilità degli azionisti di Telecom Italia di esprimere i propri voti in occasione della prossima assemblea generale”.

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