Innovazione

Ecco come Gentiloni e Calenda slalomeggiano tra Elliott e Vivendi (che azzoppa il cda di Tim)

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Il governo Gentiloni cerca di barcamenarsi sulla vicenda del controllo di Tim. Da un lato aveva dato il via libera al progetto dello scorporo societario della rete ex Telecom Italia pensato dai francesi di Vivendi, dall’altro di fatto non sta ostacolando i piani del fondo americano Elliott, su cui infatti non ha fatto calare la mannaia del golden power. Non solo: attraverso il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha lanciato segnali di apertura al fondo di Paul Singer apprezzando le prime idee sulla rete di Tim che, però, non combaciano con il progetto di Vivendi elogiato prima delle elezioni, come ha ricordato ieri Start Magazine e come rimarcato criticamente oggi dal Sole 24 Ore. Ecco tutti gli aggiornamenti sulla vicenda Tim.

LE DIMISSIONI DEI CONSIGLIERI

Partendo dalla notizia che i consiglieri di amministrazione di Vivendi tagliano la corda: infatti nel pomeriggio di giovedì 22 marzo sono arrivate le dimissioni per i consiglieri Tim in quota Vivendi, tra cui il presidente Arnaud de Pouyfontaine; dimissioni con decorrenza dal prossimo 24 aprile, data dell’assemblea. E’ quanto ha reso noto il gruppo di tlc in una nota, spiegando che per l’integrale rinnovo è convocata un’assemblea per il 4 maggio successivo. La mossa era l’unica possibile per intralciare i piani di Elliott.

LA NOTA DI VIVENDI

Alla luce delle iniziative portate avanti dal fondo attivista Elliott, i tre membri del cda di Tim che rappresentano Vivendi hanno deciso di dimettersi dal board. A scriverlo è la stessa Vivendi, segnalando che “dal momento che altri cinque membri del cda hanno deciso di presentare le dimissioni, col risultato che si è dimessa la maggioranza dei membri del board, si terrà a maggio una assemblea degli azionisti per permettere agli azionisti di Tim di eleggere i membri del cda che desiderano e quale policy seguire”.

LE ULTIME NOVITÀ

Alla vigilia del consiglio Telecom che oggi doveva fare il punto sulle richieste di Elliott, il fondo americano ha comunicato alla Consob di detenere una posizione pari al 5,74% del capitale ordinario. Contestualmente, Elliott ha notificato la partecipazione anche alla presidenza del Consiglio ai fini del golden power, poteri speciali che in questo caso il governo Gentiloni ha deciso di non esercitare. L’esecutivo ha però formulato una “specifica raccomandazione” a notificare “eventuali modifiche che intervengano rispetto ai contenuti dell’operazione già notificata”, scrive il Sole 24 Ore.

LA PARTECIPAZIONE DI ELLIOTT

Secondo quanto dichiarato alla Consob, al 15 marzo Elliott deteneva una posizione pari al 5,74% del capitale ordinario Telecom, con una parte – il 3,75% – direttamente in azioni e un’altra – l’1,99% – tramite un «synthetic equity swap UBS SWAP» con data di scadenza 1° febbraio 2021, che avrebbe come sottostante le azioni di risparmio, categoria di titoli che, nella prima uscita pubblica, il fondo aveva già anticipato di avere in portafoglio, con l’obiettivo di promuoverne la conversione.

LA QUESTIONE DELLA RETE

Sul progetto per la rete fissa ex Telecom Italia, i manager italiani indicati dal fondo di Paul Singer per il cda di Tim hanno salutato con favore l’endorsement del ministro Calenda. Il neo iscritto al Pd Calenda ha infatti detto che quello di Elliott “è un progetto coincidente a quello che noi intendiamo fare per l’interesse pubblico, ma mi pare che anche Tim fosse orientata in questo senso”.

COSA SCRIVE IL SOLE

In realtà, al momento, i due piani non sono perfettamente coincidenti, rimarca oggi il Sole 24 Ore. Scrive Antonella Olivieri del quotidiano economico-finanziario: “Elliott era partito a studiare il dossier con diverse opzioni sul tavolo, ma inizialmente era sembrata prevalere l’ipotesi della scissione che – sulla falsariga di quanto fatto da Fca con Ferrari – sarebbe stata la soluzione più rapida (per gli investitori) per ottenere un ritorno finanziario. Con la scissione le azioni della società della rete scorporata sarebbero distribuite ai soci Telecom e la quotazione sarebbe automatica. In Borsa ci sarebbero cioè due titoli Telecom, quello della NetCo e quello della parte rimanente, con lo stesso azionariato iniziale, ma senza più alcun rapporto tra le due società. In altre parole, l’ex monopolista delle tlc si troverebbe privo della rete (per lo meno della parte dell’accesso), che è il principale asset fisico a garanzia del proprio debito e anche il più profittevole, con un margine Ebitda stimato nell’ordine del 52% in un recente studio di R&S-Mediobanca. Nell’immediato sarebbe il modo più spedito per fare emergere il valore della rete, ma nel medio periodo si porrebbero probabilmente problemi di sostenibilità per la parte non infrastrutturale con conseguenti ricadute occupazionali. Tant’è che i sindacati osteggiano decisamente l’ipotesi”.

IL VERO PENSIERO DI GENISH

Sarà un caso oppure no, questa mattina si sono fatti vivi con una nota i vertici della Tim a guida francese. Tema? Proprio, guarda caso, la rete. Ecco il succo del pensiero del gruppo controllato dai francesi: “Quando la Netco sarà in grado di garantire un ritorno stabile allora Tim potrà venderne una quota e quotarla”. L’ipotesi si fa strada, riferiscono fonti vicine al dossier. L’ad Amos Genish aveva peraltro già detto che la separazione legale della rete sarebbe comunque stata il primo passo e non ha mai escluso i successivi; ma aveva già chiarito che senza la separazione legale non è possibile nemmeno dare una valutazione precisa del business, indispensabile per un Ipo. Tra le condizioni per la quotazione c’è poi, dicono le fonti, anche la necessità di un quadro normativo chiaro.

LA INTERPRETAZIONE DI TIM-VIVENDI

In sostanza, da Vivendi arriva una interpretazione che cerca – a fatica – di equiparare il piano degli attuali vertici di Tim con il progetto di Elliott. Ecco quanto trapela da Tim, stando a un lancio Ansa: “Quello che è stato considerato un cavallo di battaglia del fondo Elliott in realtà è sempre stato in nuce anche nei progetti dell’ad Amos Genish. Lo si può ricostruire dalle sue dichiarazioni, fin dal novembre 2017. “Vogliamo il controllo della rete ma non dobbiamo averne il 100”, aveva spiegato il manager dalla conferenza di Morgan Stanley su tech, media e tlc precisando già allora che la vendita di una quota “è un’opzione se l’opportunità è giusta” e se “aggiunge valore”. Quando poi, a marzo, il progetto di separazione è stato messo nero su bianco, durante il roadshow con gli analisti per presentare il suo nuovo piano industriale Genish aveva già detto che quello che si stava realizzando era “un passo fondamentale (e condizione sine qua non, ndr) che apre un ventaglio di opportunità per il futuro”. Non un punto di arrivo quindi ma un punto di partenza”.

LE DIFFERENZE CHE RESTANO

Sta di fatto che nelle dichiarazioni pubbliche di Genish prima delle elezioni, e in concomitanza con la riunione al ministero dello Sviluppo, si è parlato di uno scorporo societario della rete da Tim per farla confluire in una società controllata interamente dal gruppo posseduto da francesi, facendo balenare le ipotesi per una futura quotazione e dunque un ingresso anche di altri soggetti. Mai citati, comunque, esplicitamente, né Open Fiber (la società di Enel e Cdp per la banda larga) né Cassa depositi e prestiti. Società invece menzionate dal fondo Elliott per una sorta di modello Terna per la rete tlc (qui l’approfondimento di Start Magazine).

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