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Perché Twitter e Facebook hanno bannato Trump? Girotondo di opinioni

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Come giornalisti ed esperti hanno commentato la decisione di Twitter e Facebook di oscurare gli account del presidente Trump

 

Twitter “sospende definitivamente” l’account di Donald Trump: il presidente degli Stati Uniti è stato bannato.

Anche altre piattaforme — come Facebook, SnapChat e Twitch — hanno sospeso nei giorni scorsi il profilo di Trump a tempo indeterminato.

Dopo i disordini della scorsa settimana a Capitol Hill, oltre all’account del presidente Usa uscente, Twitter ha sospeso profili ed eliminato post per decisione della piattaforma stessa. Un provvedimento che ha colpito anche l’account del giornale italiano Libero.

Una decisione quella delle piattaforme digitali in nome della violazione del contratto perché incitato alla violenza. E proprio di questo contratto le piattaforme dispongono autonomamente e come vogliono. Sempre in questi giorni Facebook ha aggiornato la sua politica sulla privacy per l’app di messaggistica WhatsApp che possiede dal 2014. Presentandola come una “modifica contrattuale unilaterale dei termini e delle condizioni di servizio”.

Mentre si discute se la sospensione a tempo indeterminato di Twitter dell’account del presidente Donald Trump sia eticamente giusta, ecco il parere di alcuni esperti in Italia.

MEOTTI: “I GAFA HANNO CREATO UN MECCANISMO INFERNALE E GENIALE”

“Che i più grandi social al mondo abbiano bannato il presidente degli Stati Uniti la dice lunga sul problema della libertà di pensiero che abbiamo creato. Perché lo abbiamo creato noi”, ha commentato sabato scorso Giulio Meotti, giornalista e saggista.

“Abbiamo dato noi tutto questo potere a ragazzini californiani e abbiamo consentito diventassero un monopolio, i “Gafa”, e ora passano all’incasso, cacciando chi è ideologicamente avverso, facendo gli editori. Hanno creato un meccanismo geniale e infernale: censura in nome della libertà, esclusione in nome dell’inclusione, discriminazione in nome della lotta alla discriminazione, odio in nome della lotta all’odio, intolleranza in nome della tolleranza”.

PER IL COSTITUZIONALISTA MIRABELLI: “DECISIONE SPETTA A UN’AUTHORITY INDIPENDENTE”

Venerdì scorso il social media fondato da Jack Dorsey ha escluso in modo permanente il presidente uscente degli Usa, Donald Trump. Il quale, ricorda Bloomberg, ha oltre 88 milioni di persone che seguono il suo account.

Secondo il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli, a valutare dev’essere “un organismo indipendente, che non sia caratterizzato da controllo governativo o politico, perché in tal caso sarebbe anche peggio in quanto potrebbe dare una connotazione politica al controllo”.

In questo caso infatti una società tecnologica privata, che non risponde a nessun altro che agli azionisti, che agisce secondo politiche e principi che sono auto-definiti, ha preso la decisione di oscurare il presidente degli Stati Uniti da un mezzo di comunicazione che ha rilevanza politica.

LA PRESA DI POSIZIONE DI GERMANIA E FRANCIA

La decisione di Twitter ha suscitato numerose reazioni non solo negli Stati Uniti, ma anche dal nostro lato dell’Atlantico. Germania e Francia hanno manifestato subito la loro contrarietò.

“La cancelliera Angela Merkel ritiene problematico che sia stato bloccato in modo completo l’account Twitter di Donald Trump”. Lo ha detto il protavoce Steffen Seibert, in conferenza stampa a Berlino. Anche Parigi deplora la decisione di Twitter di escludere il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, sottolineando che regolamentare la rete non spetta ai colossi del web. “Ciò che mi sciocca è che sia Twitter a decidere di chiudere” il profilo di Trump, ha dichiarato il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, intervistato ai microfoni di radio France Inter. “La regolamentazione dei colossi del web – ha avvertito – non può avvenire attraverso la stessa oligarchia digitale”.

IL PARERE DI ARESU SUL POTERE DI CONTRATTAZIONE DEI PAESI EUROPEI

“Germania e Francia, attraverso rispettivamente Angela Merkel e il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, hanno espresso preoccupazione per chi deve garantire e applicare la libertà di espressione sui social network. Queste prime reazioni riportano al tema centrale della disparità industriale”, ha commentato Alessandro Aresu, consigliere scientifico di Limes e direttore scientifico della Scuola di Politiche.

Secondo Aresu “tutto però dipende da una contrattazione interna ai poteri statunitensi, in cui Facebook lotta per continuare a esistere così com’è, cioè per non essere smembrata, per non doversi disfare di Instagram e WhatsApp, per dover offrire o meno garanzie su privacy e contenuti. Logiche che si applicano anche alle vicende di Apple e Android, alle infrastrutture che coinvolgono il cloud di Microsoft Azure e Amazon Web Services”.

“Il punto è che da questa contrattazione i paesi europei, mentre discettano di autonomia strategica, sono esclusi” puntualizza il consigliere scientifico di Limes. “Nella battaglia attuale e futura, gli europei giocano senza oligarchia. In cerca di altre armi, perseguono la strada scontata di impartire una lezioncina di liberaldemocrazia agli Stati Uniti, per cercare una capacità di intervento. Il tema resterà sul tavolo nella partita transatlantica: il commissario Thierry Breton, commentando la vicenda, ha rilanciato un “dialogo costruttivo” tra gli europei e Washington per un approccio globale sulle piattaforme”.

FELTRI: “LE PIATTAFORME PRENDONO DECISIONI IN MODO DISCREZIONALE”

“Le piattaforme prendono decisioni in modo discrezionale e senza rendere conto a nessuno se non ai propri azionisti (ma spesso sono ancora controllate dal fondatore-amministratore delegato)” ha sottolineato ieri Stefano Feltri, direttore del quotidiano Domani.

“La scelta di chiudere l’account di Donald Trump il 9 gennaio e non il 29 maggio, quando ha incitato la polizia a sparare sui manifestanti del movimento Black Lives Matters è arbitraria, presa non si sa bene da chi, perché nessuno se ne assume la responsabilità personale. Quando un cliente decide è costretto a cambiare fornitore, di solito ha un’alternativa. Nel caso delle piattaforme non è così. Non ci sono due Twitter o due Facebook, o due Google”. (Negli ultimi giorni si è registrato infatti un boom di download delle app social alternative a Facebook e Twitter, qui l’approfondimento di Start).

OGGI TOCCA TRUMP MA DOMANI A CHI?

“L’azione coordinata delle maggiori piattaforme può cancellare chiunque dalla scena pubblica, perfino un presidente degli Stati uniti in carica, figurarsi persone meno potenti” prosegue Feltri.

“E già questo dovrebbe sollevare qualche perplessità: nessuna compagnia privata ha mai avuto un simile potere. Oggi chiudono l’account di Trump, ma se invece di Mark Zuckerberg alla guida di facebook ci fosse il suo storico socio Peter Thiel, trumpiano, forse avrebbero chiuso quelli dei militanti di Black Lives Matters”.

“ZUCKERBERG ELIMINA TRUMP MA CAMBIA IN MODO UNILATERALE LE REGOLE DELLA PRIVACY DI WHATSAPP”

A proposito della decisione di Facebook di bloccare il profilo di Trump a tempo indeterminato, il direttore di Domani aveva già espresso il suo parere in un editoriale nel week end.

“Mentre Zuckerberg cerca facili applausi contro Trump, cambia in modo unilaterale le regole della privacy di WhatsApp, mettendo i dati del servizio di messaggistica a disposizione di Facebook. Esattamente quello che aveva promesso di non fare quando, nel 2016, aveva chiesto l’autorizzazione alla fusione” ha puntualizzato Stefano Feltri.

CHE SUCCEDERÀ AI MESSAGGI SU WHATSAPP?

Proprio l’aggiornamento della politica sulla privacy di WhatsApp (di proprietà Facebook ndr), ha causato un’impennata di download per le app rivali come Signal e Telegram.

In realtà l’opzione per condividere i dati con Facebook — indipendentemente dal fatto che tu abbia account o profili lì — esiste da anni, ma era facoltativa. Dall’8 febbraio diventa obbligatorio. Rinunciando all’accettazione, si dice addio anche al servizio di messaggistica.

Come ha spiegato Umberto Rapetto, direttore di Infosec.news, “WhatsApp, che se qualcuno non se ne fosse accorto è – con Instagram – un “pezzo” di Facebook, informa gli utenti che ogni loro azione genera dati utilizzabili per i più diversi scopi e che gli stessi vengono raccolti perché inseriti direttamente o creati automaticamente. Dopo il misero assaggio introduttivo, l’antipasto è costituito dai “messaggi dell’utente”, che non di norma non vengono archiviati (ma aspettate a far salti di gioia) perché cancellati una volta recapitati. WhatsApp si premura di spiegare le circostanze in cui “potrebbe” archiviare messaggi dell’utente durante il processo di consegna. Questo succede quando il destinatario è offline o per altro motivo la consegna non riesce ad avvenire e il messaggio resta in forma crittografata sui server di WhatsApp per 30 giorni durante i quali vengono ripetuti tentativi di recapito”.

L’ARCHIVIAZIONE DEI FILE INVIATI SULL’APP DI MESSAGGISTICA DI FACEBOOK

Sempre Rapetto evidenzia pone l’accento sull’“inoltro di file multimediali”, a proposito del quale si legge che “Se un utente inoltra file multimediali all’interno di un messaggio, archiviamo tale file multimediale in forma crittografata sui nostri server per consentire di inoltrarlo ulteriormente in modo più efficiente”.

“Chi osserva con attenzione nota che non si fa alcun cenno alla cancellazione dopo la consegna o dopo un certo intervallo di tempo necessario per reiterare l’operazione di recapito” sottolinea Rapetto. “È inevitabile una raccomandazione a chi “virtualizza” le proprie relazioni sentimentali o passioni erotiche. Attenti quindi a quel che mandate via WhatsApp, perché una copia di video e immagini sono destinati a restare nella disponibilità (qualunque ne sia la forma anche eventualmente cifrata) dei server del gestore del servizio”.

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