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Difesa, che cosa succederà a Leonardo-Finmeccanica, Fincantieri e non solo con il governo M5s-Pd? L’analisi di Milito

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L’approfondimento dell’analista Arcangelo Milito, firma di Start Magazine, sugli scenari in materia di difesa, e dunque anche per gruppi come Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri, in vista del Conte bis in salsa giallo-rossa

 

Dopo la crisi dell’esecutivo a guida M5s-Lega, negli ultimi giorni è emersa la possibilità di un governo formato sempre dal M5s e Pd, con eventuale appoggio esterno del gruppo delle Autonomie e componenti interne al Misto (specie Liberi e Uguali e Sinistra Italiana). Qualora tale possibilità non si concretizzi perché alla fine delle consultazioni emergerà la necessità di un “governo del Presidente”, le politiche della Difesa dello Stato vanno pur sempre definite, le decisioni andranno sempre assunte. In ogni caso le domande cruciali sono: chi sarà il futuro ministro della Difesa e soprattutto, quali potrebbero essere le linee politico-programmatiche? Quali prospettive, alla luce di un approfondimento della Fondazione Icsa del novembre 2012 e dal titolo quasi profetico (La funzione difesa in tempi di crisi economica: riflessioni e prospettive)? In particolare, già allora Icsa poneva in rilievo la necessità di “riequilibrare le tre componenti classiche del Personale, dell’Esercizio e dell’Investimento”.

Da tempo StartMag ha avviato un interessante dibattito riguardante le prospettive dell’Italia nell’industria europea e con attenzione specifica sia alla politica della difesa in senso stretto, sia al binomio Leonardo-Fincantieri, prodotti della scomposizione del gruppo Finmeccanica negli anni 2000. Oggi si parla insistentemente di fusione Leonardo-Fincantieri, come scrive Colombo. Per parte sua Aresu giustamente considera le scelte di Leonardo-Fincantieri con la Francia sullo sfondo, mentre l’ex Capo di Stato Maggiore Mario Arpino e Andrea Armaro, già portavoce dell’ex ministro Roberta Pinotti (Pd), sostanzialmente si chiedono ‘Perché non pensare a un polo unico fra Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri?’ Inoltre, anche se non è evidente, sarà d’obbligo elaborare una “strategia di evoluzione dell’industria della difesa nazionale che tenga conto sia della geografia (siamo in Europa) sia della geopolitica (gli Stati Uniti sono imprescindibili)”, nelle parole di Armaro stesso.

In ultimo, su Formiche, la “Lettera aperta al futuro ministro della Difesa. Firmata da Vincenzo Camporini (ex Capo di Stato Maggiore della Difesa e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali) e Michele Nones (vicepresidente Iai)”, in cui i destini dell’industria italiana della difesa si intrecciano fortemente con le linee di indirizzo politico ministeriale.

Alla luce di tutto quanto sopra citato, quali scenari possiamo rilevare? Quali tendenze e auspici fra gli addetti ai lavori (non solo evidenti sui mezzi d’informazione, come Rivista Italiana Difesa e siti web dedicati come Analisi Difesa o Difesa Online, ma anche sui social media)?

Ancora: è possibile sperare nella piena dignità dell’Intelligence, specie in campo industriale ed estero, nell’elaborazione degli scenari e definizione delle decisioni operative del comparto Difesa?

Un primo auspicio condiviso da molti (Armaro, Arpino, Camporini e più modestamente da chi scrive) è il ripensamento sul “Dual Use” sistemico ed esteso, come espresso nel Documento Programmatico Pluriennale per il triennio 2019-2021 (testo integrale qui e Scheda di lettura del Servizio Studi del Senato qui) e già in nuce nel Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa (Luglio 2015, pp.59, 115-116; vedi anche pubblicazione ministeriale divulgativa sul DU del 2018). In sintesi, va bene la “Quarta missione” e la cooperazione civile-militare, ma non è pensabile che i membri delle Forze Armate debbano agire quali sostituti di altri soggetti e “tappabuchi” delle inefficienze di altre Amministrazioni civili. Questo implica, per esempio, la sospensione o abolizione della missione “Strade Sicure” e però ciò non contraddice la possibilità di ricondurre le decisioni politiche forti a responsabili politici, appunto. In pratica, il personale militare in veste di consiglieri e collaboratori ministeriali a tutti i livelli difficilmente potrebbe elaborare e fornire risposte efficaci, al riparo dall’obbligo di obbedienza gerarchica.

Un altro tema che non riscuote popolarità è la revisione di tutte le missioni militari e di cooperazione internazionali, che da anni vengono autorizzate e prorogate dal Parlamento, senza però un serio bilancio e rapporto costi/benefici, senza una doverosa selezione degli scenari strategici per l’Italia.

Il futuro ministro dovrebbe quindi rivedere il ruolo del personale militare e dare piena attuazione a quanto previsto dall’approvato Libro Bianco della Difesa o, almeno dare corso a una sua rivisitazione (comprendente il Modello Operativo), come detto dall’attuale responsabile Elisabetta Trenta. Per esempio, ci si aspetta la piena attuazione della Legge-delega 244/2012 che prevedeva il riordino dello strumento militare, con significative implicazioni sia sulla dotazione strumentale che su quella organica del personale militare e civile (utili link a quadro esplicativo della Camera e riepilogo deleghe e decreti legislativi emanati).

Dopo decenni di frazionamento industriale, a seguito della “galassia Finmeccanica” (parole di Armaro), oggi si ragiona sulla costituzione di un polo unico dell’industria della difesa in un’ottica “reale logica interforze”, che riunisca Leonardo e Fincantieri, e di ottimizzazione dei costi e obiettivi strategici. A prescindere dal management dirigenziale coinvolto, la mossa potrebbe senz’altro essere vincente e necessaria, sempre che vi sia chiarezza su obiettivi e risorse a disposizione (non solo monetarie, ma anche umane e tecnologiche).

Nel loro scritto, Camporini e Nones preferiscono chiaramente la “collaborazione europea, a condizione che vengano riconosciute le nostre aree di eccellenza tecnologica e industriale”. Sembrano voler mettere in sicurezza le possibilità decisionali nazionali nelle aree citate, al riparo da appetiti altrui sugli asset cruciali della difesa italiana. Ci sia permesso essere alquanto scettici sul possibile riconoscimento, tutto ipotetico e per nulla assicurato, visti anche i rapporti di forza all’interno Ue del momento. Sempre il duo Camporini-Nones chiede che il futuro ministro della Difesa “faccia entrare l’Italia nell’European Intervention Initiative“, a trazione franco-tedesca. Anche qui non si capisce come gli asset italiani sarebbero al riparo da scalatori esterni, specie se l’impressione di fondo è che EI2 non sia altro che la cornice formale per garantire procurement/acquisizione di contratti per l’industria militare francese e interventismo con copertura finanziaria tedesca e politica europea. Di più: lo stesso presidente Emmanuel Macron, ideatore di EI2, ha dovuto rassicurare di corsa sulla possibile coesistenza dell’iniziativa sia con la Nato e la Cooperazione strutturata permanente (PESCO) in materia di sicurezza e di difesa, negando che fosse un doppione della prima ma, anzi, affermando che EI2 è “funzionale” alla Nato. Le molteplici perplessità (anche riguardo al teatro operativo esterno alla Ue) hanno indotto l’Italia a non aderire a EI2.

Un altro fronte strategico cui il futuro ministro dovrà dar conto è l’adesione italiana a programmi strategici di cooperazione internazionale, senza ulteriori perdite di tempo o titubanze decisionali. Un primo esempio è il CAMM-ER (Common Anti-air Modular Missile – Extended Range, missile di ultimissima generazione), ma la vera partita si gioca sull’adesione al progetto inglese di cacciabombardiere stealth di 6^ generazione “Tempest”. Tuttavia, qui le cose si complicano, perché i citati Camporini e Nones invocano un’adesione italiana a Tempest e rimane forte la perplessità degli specialisti riguardo un’improbabile fusione col programma franco-tedesco Combat Air System (Système de Combat Aérien Futur – SCAF) avviato da Francia e Germania a inizio 2019.

Lo scorso 6 febbraio a Parigi le Ministre della Difesa di Francia e Germania, Florence Parly e Ursula von der Leyen, che hanno firmato il piano di studi e fattibilità “Turenne 2” (valore: 115 milioni di euro tra il 2019 e il 2024). Come giustamente nota Claudio Catalano (cfr. ‘Iniziative di Difesa europee e sviluppo tecnologico’), “L’aspetto più interessante è che MBDA, avendo una componente francese, tedesca e britannica potrà sviluppare questi sistemi sia per lo SCAF che per il suo concorrente britannico “Tempest”. Come ben sappiamo, MBDA è una joint venture anglo-franco-tedesco-italiana operante nel settore missilistico. Ancora: è il Tempest “assolutamente antitetico alle iniziative UE, una scelta sovranista” (voce interna allo SM Aeronautica)? La domanda ha un suo senso, visto e considerato che in atto vi sono sforzi non indifferenti per l’attuazione e completamento del caccia multiruolo Eurofigher Typhoon, a forte partecipazione tecnologica e industriale italiana, già operativo e in vendita in vari mercati, dalle ottime prospettive. Infine, quelle stesse voci critiche sul Tempest ritengono che il progetto inglese sia solo azione di marketing interno nei confronti del Tesoro della Corona, per ottenere finanziamenti relativi ai progetti tecnologici e posizionare l’industria britannica nel programma per un caccia di 6^ generazione però a direzione USA. Insomma, meno ambiguità al riguardo aiuterebbe (presenza italiana auspicata da Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, confermata solo indirettamente da indiscrezioni di stampa).

In conclusione, il futuro ministro della Difesa dovrebbe dimostrare un’invidiabile chiarezza programmatica, visione geopolitica (tenuto conto della collocazione dell’Italia nel Mediterraneo, tra Europa, Nordafrica e Vicino Oriente) e conoscenza del settore. Auguri.

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