Economia

Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri, polo unico?

di

Fincantieri

Difesa, l’interesse nazionale esige un polo unico Finmeccanica-Fincantieri. L’industria dimostri di essere più avanti della politica. L’intervento di Andrea Armaro con cui Start Magazine avvia un dibattito a più voci sul futuro del settore in Italia


Siamo alle solite: dopo l’annuncio di una iniziativa straniera di politica industriale nel settore della Difesa si levano le (poche) riflessioni e i (molti) “gridi di dolore” dei (pochi) esperti nostrani del settore. Lo schema è semplice: si comincia elencando le gravi implicazioni che tale iniziativa avrà per l’industria nazionale, si prosegue col piagnisteo sui rischi di marginalizzazione tecnologica e produttiva nazionale e si chiude generalmente con la proposta di qualche “furbata”, ovvero di mosse estemporanee di interdizione per contrastare il progetto. Ovviamente, dopo poco tempo, il tutto cade nel dimenticatoio e poco e nulla viene fatto. Nel frattempo, si è perso un altro pezzo del nostro futuro e della nostra reputazione.

Il ripetersi periodico di tali comportamenti spinge a qualche considerazione.

La prima è che appare evidente come nella dirigenza nazionale, sia politica sia gestionale (Parlamento, Governo, Forze armate, aziende), vi sia un forte disinteresse e totale mancanza di una visione per il futuro del sistema industriale e tecnologico militare nazionale. Ciò si traduce nell’assenza di una riflessione strutturata sulle capacità di ricerca, progettazione e realizzazione esistenti e sulle possibilità di sviluppare, su tale base, un percorso di crescita ed affermazione non velleitario.

La seconda, per evidenziare come lo spirito polemico improduttivo, accompagnato sovente da vittimismo puerile si sostituiscano quasi sempre alla riflessione propositiva che consentirebbe, una volta tanto, una strategia di medio-lungo termine in grado di sviluppare una politica industriale nazionale per preservare e rafforzare la base tecnologica e industriale.

Infine, a tale percorso virtuoso si preferisce reagire con lo “sgambetto” o il “dispettuccio”, forma esteriore di un atteggiamento immaturo, frutto sovente di una presunzione di pseudo-furbizia risolutiva che ormai caratterizza alcuni dei tratti comportamentali nazionali ed internazionali nostrani.

Proviamo a fare un ragionamento e ad essere propositivi.

E’ ormai evidente che l’industria della Sicurezza e Difesa europea sta procedendo verso una nuova serie di accorpamenti e fusioni. Le recenti iniziative della PESCO e della strategia per lo sviluppo della base tecnologica e industriale europea, infatti, hanno proprio come obiettivo la semplificazione e l’accorpamento sia della domanda, sia dell’offerta di prodotti per la Difesa. La prima iniziativa, mediante l’armonizzazione delle esigenze militari e l’avvio di programmi in cooperazione, la seconda, meno chiaramente, per favorire alleanze e fusioni a livello industriale utili a dare risposte corali e costo-efficaci a tali esigenze.

Occorre osservare che tale processo non sarà limitato al solo comparto industriale europeo. La lunga discussione sulla partecipazione a progetti europei di “terze parti”, ovvero di industrie non appartenenti alla Unione Europea, in realtà nasconde una diversa visione del futuro. Chi propone una regolamentazione più restrittiva, infatti, pensa sia ipotizzabile una realtà autarchica europea, che escluda, quindi, la possibilità di coinvolgere aziende Inglesi o americane nel processo di soddisfacimento delle esigenze di Difesa Europea. La posizione meno intransigente, invece, ritiene che per confrontarsi con i futuri “competitori globali” sia necessaria una base più ampia e possibilmente transatlantica.

In ogni caso, comunque, il processo di semplificazione e accorpamento avverrà. Ecco quindi che appare ingenuo sorprendersi per iniziative che vanno proprio in quella direzione e fanciullesco pensare che si possano conservare storiche posizioni acquisite semplicemente contrastando le iniziative altrui e senza proporre alternative credibili.

Nella convinzione che un forte legame transatlantico caratterizzerà in ogni caso il successo del modello valoriale occidentale, appare quindi utile sviluppare una strategia di evoluzione dell’industria della difesa nazionale che tenga conto sia della geografia (siamo in Europa) sia della geopolitica (gli Stati Uniti sono imprescindibili).

Nelle scelte da fare ci deve guidare un unico elemento: l’interesse nazionale. Nessun matrimonio d’amore o guidato dalle ideologie o dalle simpatie, quindi, ma solo il vecchio e inossidabile fattore di convenienza. Cosa porterà maggiori opportunità di crescita, di occupazione e di affermazione? Dove sono le mie competenze di eccellenza (quelle vere) e dove sono le complementarietà tecnologiche e di prodotto che porteranno a risparmi e sinergie? Metterci insieme amplierà i possibili mercati? Quali saranno gli elementi di forza e debolezza e quali le nuove opportunità che si creeranno?

Queste alcune delle domande che ci si deve porre a premessa di ogni valutazione o scelta. Ogni possibilità, inoltre, deve essere vista in un’ottica di lungo termine e non quale soluzione conveniente nel breve o legata ad un unico progetto. Pensare poi di scegliere una “soluzione europea” o “americana” solo perché “europea” o “americana” è semplicemente insensato. Infine, l’esistenza di due grandi gruppi industriali per la Difesa a livello nazionale impone di non guardare esclusivamente a soluzioni settoriali disgiunte, ma richiede di valutare ogni soluzione alla luce della massima convenienza possibile quale sistema complessivo.

Come si traduce questo ragionamento in termini concreti? Quali le possibili opzioni da esplorare?
La soluzione individuata nella ristrutturazione della galassia Finmeccanica, avviata agli inizi degli anni 2000, ci consegna due grossi gruppi, Leonardo e Fincantieri, entrambi con punti di forza e debolezza che vanno affrontati, pena la progressiva irrilevanza a livello di sistema mondiale e la subalternità a colossi europei e americani in rapida evoluzione.

Fincantieri ha una doppia anima: le costruzioni civili, che operano con ridotti margini di profitto e sono soggette ad ampie oscillazioni del mercato, e le costruzioni militari, più stabili e con maggiori margini, ma con un mercato più piccolo. In quest’ultimo settore, Fincantieri sconta la mancanza di un partner organico in grado di offrire “il contenuto” alle proprie costruzioni. Ci si riferisce all’insieme di tutti i sistemi che trasformano “uno scafo” in un sistema in grado di fare operare una nave (sensori, sistema di combattimento, sistemi di Comando e Controllo, ecc.) e che rappresentano il valore più consistente dell’intera realizzazione.

Finmeccanica Leonardo, invece, ha una grande moltitudine di competenze e attività, ma sono meno quelle che potremmo definire come “core skills”, ovvero aree di reale e riconosciuta competenza a livello globale. Gli elicotteri, ad esempio, con AgustaWestland, così come le costruzioni aerospaziali e i sistemi elettronici. Finmeccanica Leonardo ha inoltre una forte presenza in Gran Bretagna e la capacità di crescere in altri Paesi quali la Polonia e gli stessi Stati Uniti. Manca invece di un partner forte, strategico e complementare a livello globale e mercati sufficientemente ampi per sviluppare programmi di ampio livello produttivo.

Per evitare di perdere ulteriori valori importanti e strategici o diventare ancora più marginali una politica saggia che ha rispetto per se stessa e per l’Italia non può che ripartire da queste semplici domande.

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