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Microchip

La Cina sorpassa gli Usa nei finanziamenti ai microchip

Nel 2023 la Cina ha superato gli Stati Uniti per finanziamenti alle startup di microchip, rispetto al totale globale. Pechino ha fretta di chiudere il gap tecnologico con l'estero. Tutti i dettagli.

La serietà delle intenzioni della Cina nel recuperare lo svantaggio tecnologico sui semiconduttori è sempre più evidente.

Stando a uno studio di PitchBook, azienda specializzata in analisi di mercato, nel 2023 la quota della Cina nei finanziamenti alle startup di microchip è stata pari al 75 per cento del totale mondiale; la quota statunitense, per fare un paragone, era dell’11 per cento. L’analisi di PitchBook tiene conto dell’intera filiera dei semiconduttori, dalla progettazione alla manifattura.

IL PIANO DELLA CINA PER I MICROCHIP

Pechino ha bisogno di sviluppare l’industria domestica dei microchip – componenti indispensabili per il progresso economico ma per i quali è dipendente dalle importazioni – prima che le restrizioni commerciali nei suoi confronti si facciano ancora più stringenti. Gli Stati Uniti, affiancati da alleati come i Paesi Bassi e il Giappone, stanno infatti limitando le esportazioni di circuiti e macchinari avanzati verso la Repubblica popolare con l’obiettivo di impedirle di accedere alle tecnologie critiche.

Non a caso, nel 2023 la Cina ha importato quantità vicine al record di macchinari per la manifattura di microchip; nel contempo, le sue importazioni di chip finiti hanno conosciuto il calo più netto mai registrato.

Quartz scrive che il governo cinese sta lanciando un nuovo veicolo di investimento sostenuto dallo stato e dedicato alla manifattura di semiconduttori, soprannominato “Big Fund” (Grande Fondo), che punterà a raccogliere circa 40 miliardi di dollari.

LA CINA IMITA L’AMERICA?

Secondo PitchBook, tra le startup cinesi di chip che hanno raccolto somme notevoli ci sono SJSemi (1 miliardo di dollari) e Biren Technology (921 milioni, comprendenti un investimento pubblico da 280 milioni). Nel rapporto, l’analista Ali Javaheri ha fatto notare come l’approccio cinese non sia così diverso da quello perseguito dagli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta, quando hanno sfruttato il venture capital per finanziare la crescita di aziende come Intel, oggi un vero e proprio colosso dei chip. Con venture capital ci si riferisce a quegli investimenti dall’esito rischioso in aziende che hanno un elevato potenziale di sviluppo, a volte in cambio di una partecipazione nel capitale.

Pur avendo perso quote di mercato nella manifattura, spostatasi in Asia, gli Stati Uniti sono il paese dominante nella fase di progettazione (o design) dei semiconduttori. Attraverso il CHIPS Act, la legge dell’amministrazione Biden da 280 miliardi di dollari in tutto, l’America vuole riconquistare rilevanza nel segmento del chip-making.

Grafico via Quartz, su dati PitchBook.

COSA FANNO GLI STATI UNITI

Stando alle rilevazioni di PitchBook, nel 2023 la quota americana di finanziamenti di venture capital alle startup di chip è diminuita rispetto al totale mondiale. D’altra parte, il governo ha stanziato 52 miliardi per il supporto alla creazione di una filiera manifatturiera interna: tra le grandi aziende che apriranno delle fabbriche di semiconduttori negli Stati Uniti c’è la taiwanese TSMC, con un investimento da 40 miliardi di dollari in Arizona.

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