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Bitcoin, la festa sta per finire?

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 Sesta puntata del Focus di Luca Longo sulle criptovalute pubblicato su Eniday.com

Dopo la quotazione record di 19.343 $ (16.463 €) per bitcoin raggiunta il 16 dicembre 2017, il prezzo della prima e più famosa delle criptovalute ha cominciato a vacillare ed è crollato.

In questi giorni, accanto alle sempre più insistenti chiacchiere che invitano ad arricchirsi speculando sulle criptovalute, si sono aggiunti i timori che stia per accadere un disastro che porterà sul lastrico i possessori di bitcoin. Il problema è doppiamente grave perché, a differenza delle valute fisiche, le criptovalute non sono garantite da una banca centrale ma esistono solo nel mondo digitale e non possono nemmeno essere usate come carta da parati.
Cerchiamo di capire insieme quali sono i principali difetti delle criptovalute – in particolare dei bitcoin. Analizzandoli uno per uno potremo immaginare se, come e quando scoppierà la bolla.

LE BANCHE

Una valuta che si auto garantisce senza richiedere la presenza di banche centrali è naturalmente destinata a essere in concorrenza con queste ultime. Con l’affermarsi della moneta virtuale, le banche perdono i guadagni derivati dal cosiddetto signoraggio bancario: l’insieme degli interessi richiesti ai propri clienti che pesano su tutte le attività connesse coi flussi di moneta tradizionale. Per questo, le banche sono tentate di spingere i rispettivi governi a bandire le monete virtuali dal proprio territorio nazionale. I governi stessi possono avere interesse a bloccare o a controllare la circolazione di criptovalute per limitare la fuga di capitali verso l’estero, l’evasione fiscale, le attività illegali e in genere tutti gli scambi di denaro connessi con attività criminali.
Alcune nazioni li hanno proibiti del tutto: in Algeria, Marocco, Bolivia, Equador, Kirghizistan, Bangladesh e Nepal oggi le criptovalute sono illegali.
Il governo cinese, pur non avendone dichiarato l’illegalità, ha di fatto bandito la circolazione di monete virtuali sul proprio territorio proibendo alle istituzioni finanziarie di trattare valuta virtuale ed esercitando pressioni sui brokers. Questa mossa è stata condotta in parallelo a una campagna mediatica orchestrata per sottolineare i pericoli posti dalle criptovalute come strumento ideale per le transazioni illegali.

All’inizio del 2018, la Banca Nazionale Cinese ha annunciato che l’Ente Statale per gli Scambi con l’Estero sta muovendo all’attacco dei minatori di bitcoin presenti sul territorio nazionale per invitarli a una ritirata strategica al di fuori dei confini nazionali.
Ricordiamo che proprio in Cina si trovano oltre tre quarti delle fabbriche di bitcoin: giganteschi centri elaborazione dati dedicati alla costruzione di blocchi da aggiungere alle blockchain per accaparrarsi i relativi premi in nuovi bitcoin. Tutte queste miniere virtuali vengono costruite apposta in aree dove il costo dell’energia elettrica è il più basso possibile. In tutti i casi esistono degli accordi commerciali più o meno ufficiali con le autorità locali per garantire alle miniere un apporto continuo ed abbondante di energia. Energia tutt’altro che pulita perché la maggior parte viene prodotta da centrali termoelettriche a carbone.
Viceversa, molte nazioni, come il Giappone, hanno deciso di cavalcare la tigre e di adottare i bitcoin proprio per poterne controllare le transazioni. Il governo USA ne ha legalizzato la circolazione ma l’ha sottoposta a tassazione come avviene per qualsiasi altra valuta.
La Banca Centrale Europea ha classificato i bitcoin come moneta virtuale decentralizzata paragonabile alle altre valute. Il Parlamento Europeo e la Commissione Europea hanno presentato due proposte parallele con l’obiettivo comune di legalizzare l’uso di criptovalute ma al contempo di monitorare gli scambi e i portafogli virtuali per combattere l’evasione fiscale ed il terrorismo. In attesa di direttive europee, l’Italia non sottopone ad alcun controllo l’uso di bitcoin da parte di singoli individui.

È improbabile che tutti i governi del pianeta si accordino per dichiarare fuorilegge le criptovalute. Ma renderle illegali solo su qualche territorio e non su altri non farebbe altro che incentivare il mercato nero. La natura decentralizzata di questo denaro rende assolutamente trasparenti le frontiere nazionali. I cittadini di uno Stato dove le criptovalute sono illegali potrebbero continuare a trafficare semplicemente aggirando le regolazioni locali e collegandosi a reti telematiche poste all’estero.

I FATTORI ECONOMICI

Secondo 51 economisti sui 53 recentemente intervistati dal Wall Street Journal, il prezzo attuale dei bitcoin è ancora insostenibile, pur essendo già crollato di una buona percentuale. La maggior parte degli analisti è convinta che il valore di scambio dei bitcoin sia stato artificialmente gonfiato da investimenti speculativi mirati proprio a farne volare il prezzo creando – nei fatti – una bolla finanziaria pronta ad esplodere.
Non dimentichiamo che, mentre le valute tradizionali sono comunque garantite da corrispondenti riserve auree di banche e Stati, le criptovalute non sono garantite da alcun patrimonio fisico e, come abbiamo visto, non può esistere un organismo di controllo mondiale che ne regolamenti l’uso.

(6.Segue)

 

(la prima puntata si può leggere qui
la seconda puntata si può leggere qui
la terza puntata si può leggere qui
la quarta puntata si può leggere qui
la quinta puntata si può leggere qui)

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