Energia

Sul clima pesa l’incognita Trump

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A Trump fa il controcanto la Cina che ha fermato la costruzione di 103 centrali a carbone. Lo stesso sta facendo l’India

 

Il clima continua a lanciare segnali preoccupanti, come ci ricordano i dati record da quando si misurano le temperature del primo quadrimestre di quest’anno battute solo da quelle del 2016, o i valori della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera che a maggio hanno superato la soglia di 409 parti per milione, un livello che non si registrava da oltre 400.000 anni.

clima trumpMa ci sono anche buone notizie. Ad iniziare dal disaccoppiamento tra la crescita economica mondiale e le emissioni di CO2 da combustibili fossili che, negli ultimi tre anni, si sono stabilizzate sul livello di 32 miliardi di tonnellate. La strada da fare è ancora lunga, visto che le emissioni dovranno drasticamente ridursi nei prossimi decenni per rispettare gli impegni dell’accordo sul clima di Parigi, ma si tratta di un cambiamento molto importante. Un risultato attribuibile alle dinamiche in atto in Cina e in India, primo e terzo paese per produzione di CO2, che hanno frenato la corsa del carbone e stanno puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sulla mobilità sostenibile. Pechino è infatti di gran lunga leader mondiale nelle installazioni solari ed eoliche e sta guidando la transizione verso la mobilità elettrica. L’India sta seguendo lo stesso percorso. All’inizio di maggio sono stati siglati i contratti per 500 MW fotovoltaici a 35 €/MWh, un prezzo inferiore a quello delle centrali a carbone. Inoltre, visto il fortissimo inquinamento delle città indiane, il governo sta spingendo sulla mobilità elettrica, ed ha annunciato dal 2030 il divieto di vendita di autoveicoli a benzina/diesel. Insomma, i segnali che vengono dall’Asia indicano che questi paesi stanno facendo molto di più di quanto avevano promesso alla firma dell’Accordo sul Clima nel 2015.

Una novità in grado di controbilanciare la frenata in atto nelle politiche statunitensi. Le iniziative della Cina, che ha fermato nei mesi scorsi la costruzione di 103 centrali a carbone, e dell’India che tra il 2022 e il 2027 bloccherà l’avvio di nuovi impianti a carbone, implicano un taglio annuo di 2,5 miliardi di tonnellate CO2 al 2030. Sull’altro fronte, anche se si dovessero realizzare le scelte energetiche di Trump, e ci sono forti dubbi in proposito, queste comporterebbero un aumento di 400 milioni di tonnellate/anno alla fine del prossimo decennio.

L’Asia dunque, in tempi rapidissimi si sta mettendo alla guida della lotta climatica. Nei giorni scorsi, con una sorprendente inversione dei ruoli, Cina e India hanno messo in difficoltà gli Usa chiedendo un chiarimento sulle strategie statunitensi.

Un ruolo a parte è svolto dalla virtuosa Europa, che ha ridotto del 22% le emissioni rispetto al 1990 a fronte di un aumento del Pil del 50%, ma che adesso dovrebbe accelerare per tagliare del -40% i gas climalteranti entro la fine del prossimo decennio. La Ue sembra però avere perso parte dello slancio iniziale, distratta dalle preoccupazioni economiche e dall’attenzione sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Proprio su questo fronte c’è il concreto rischio di giganteschi investimenti inutili ad iniziare dalle infrastrutture per l’importazione di metano. Nel 2014 i gasdotti e gli impianti di rigassificazione europei sono stati infatti utilizzati rispettivamente solo per il 58% e per il 32% della loro capacità. Secondo gli scenari della Ue nel 2030 si dovranno importare 328 miliardi di m3/anno a fronte di una capacità d’ingresso che, con le infrastrutture programmate, arriverebbe a 1.000 miliardi m3/a, cioè un livello tre volte maggiore della domanda prevista. Senza contare che i consumi non potranno che diminuire in relazione alle politiche climatiche: ogni punto percentuale di aumento dell’efficienza garantisce infatti una riduzione del 2,6% delle importazioni di metano..

gasdotto tapInsomma, pur tenendo conto anche di altri parametri, come la sicurezza degli approvvigionamenti e le valutazioni geopolitiche, l’attuale bulimia europea di gasdotti e rigassificatori delinea un serio pericolo di “stranded assets”, cioè di investimenti per opere che rischiano di rimanere inutilizzate.

In questo contesto in Italia ci apprestiamo a discutere la Strategia Energetica Nazionale. La prima sintesi presenta aspetti positivi, ma anche criticità che potranno essere analizzate quando sarà disponibile un documento completo. I prossimi mesi potranno dunque rappresentare un’importante occasione per discutere scenari, obbiettivi e strumenti di intervento fondamentali per il futuro del paese. 

Gianni Silvestrini

Articolo pubblicato sul primo numero cartaceo di Start Magazine

 

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