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Quale impatto avrà l’ultima mossa Opec sul petrolio?

I prezzi del petrolio superano gli 81 dollari al barile e l’Opec resiste all’idea di aumentare la produzione. Ecco numeri, analisi e scenari

Ieri i prezzi del petrolio Brent, il contratto di riferimento internazionale, sono saliti fino a 81,2 dollari al barile, con un aumento del 2,5 per cento. Quelli del West Texas Intermediate (WTI), il benchmark per il mercato statunitense, sono invece cresciuti del 2,3 per cento, fino a 77,6 dollari al barile. Si tratta, in entrambi i casi, dei valori più alti da diversi anni; nel caso del WTI, addirittura dal 2014.

LE CAUSE

I prezzi del petrolio sono alti e in crescita ormai da molte settimane. La ragione sta nello squilibrio tra la domanda e l’offerta: la seconda non sta riuscendo a tenere il passo con la prima, che si è ripresa rapidamente dal calo dell’anno scorso, dovuto alla pandemia e ai minori consumi energetici.

La banca d’affari Goldman Sachs stima che il petrolio Brent arriverà a 90 dollari al barile entro la fine dell’anno.

IL RUOLO DELL’OPEC

Se l’offerta di greggio non è sufficiente a soddisfare la ripresa della domanda è anche per la volontà dell’OPEC+, l’organizzazione guidata da Arabia Saudita e Russia che riunisce alcuni dei maggiori produttori di petrolio al mondo. Dall’anno scorso l’OPEC+ porta avanti una politica di riduzione volontaria dell’output petrolifero per bilanciare il mercato ed evitare un nuovo crollo dei prezzi.

Nonostante la domanda sia attualmente su livelli alti, infatti, non è detto che resterà tale anche nei prossimi mesi: l’avvicinamento della stagione fredda e l’emersione di nuove e più contagiose varianti del coronavirus potrebbero far diminuire sensibilmente la richiesta di petrolio (come già successo con la variante Delta, del resto). È anche per questo – oltre che probabilmente per trarre profitto dalla situazione – che l’OPEC+ non sta aumentando la disponibilità di barili sul mercato.

L’ULTIMA RIUNIONE DELL’OPEC+

Nonostante le pressioni ricevute dall’esterno, soprattutto dagli Stati Uniti, lunedì i membri dell’OPEC+ hanno confermato la linea già presa: nel mese di novembre la produzione complessiva del gruppo aumenterà di 400mila barili al giorno, non di più. Al netto di una rinegoziazione dell’accordo, l’OPEC+ proseguirà in questo modo, con aumenti di 400mila barili mese dopo mese, fino a settembre 2022.

Il vice-primo ministro russo, Alexander Novak, ha dichiarato che il mercato è bilanciato e che la domanda petrolifera tende solitamente a calare nel quarto trimestre dell’anno. Una fonte dell’OPEC+ ha rivelato all’agenzia Reuters che il gruppo teme una nuova ondata di contagi (e conseguenti restrizioni), e per questo resiste a fare “grandi mosse”. Bloomberg ricorda le voci che parlavano di un aumento più corposo (ma temporaneo) dell’offerta petrolifera da parte del gruppo: ovvero 800mila barili al giorno per il mese di novembre.

D’altra parte, molti paesi – gli Stati Uniti ma anche l’India, grande consumatrice di greggio – premono affinché l’offerta aumenti, perché temono che i prezzi del petrolio troppo alti possano causare un aumento dell’inflazione e minacciare la ripresa economica.

L’URAGANO IDA E IL GAS

L’offerta di barili di greggio sul mercato è limitata anche per via dell’impatto dell’uragano Ida sulla costa del Golfo degli Stati Uniti, un importante polo mondiale della petrolchimica.

È anche possibile, poi, che la domanda petrolifera possa continuare a crescere mano a mano che si avvicina l’inverno, perché gli alti prezzi del gas naturale – dall’inizio del 2021 sono saliti del 300 per cento – porteranno probabilmente a un aumento della generazione energetica dal greggio. Secondo Amin Nasser, l’amministratore delegato della compagnia petrolifera saudita Aramco, la domanda di greggio crescerà di circa 500mila barili al giorno.

CHI CI GUADAGNA

Per l’OPEC+ la situazione è positiva: il petrolio si scambia a prezzi molto alti e il gruppo non deve nemmeno temere la concorrenza dei produttori rivali americani. Le rendite petrolifere dell’Arabia Saudita, leader dell’organizzazione, sono ai massimi dal 2018.

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