Skip to content

iraq

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Dopo gli Emirati, anche l’Iraq uscirà dall’Opec?

L'Iraq vuole che l'Opec gli conceda la possibilità di produrre di petrolio, altrimenti potrebbe lasciare l'organizzazione. Sarebbe un duro colpo per il cartello guidato dall'Arabia Saudita, che recentemente ha perso un altro membro di peso, gli Emirati Arabi Uniti. Contesto, dettagli e numeri.

C’è tensione nell’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio: dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, che non tolleravano il meccanismo delle quote massime di produzione istituito dall’Arabia Saudita (che capeggia il gruppo, di fatto), adesso l’Iraq chiede con insistenza di poter produrre di più. Tutto questo malcontento latente è esploso con la guerra tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, che ha frenato il commercio di idrocarburi nel golfo Persico e, di conseguenza, ha danneggiato le finanze dei paesi maggiormente dipendenti dalle rendite petrolifere e sprovvisti di alternative allo stretto di Hormuz.

ANCHE L’IRAQ USCIRÀ DALL’OPEC?

Per l’Iraq – tra i fondatori dell’Opec e suo secondo produttore – la guerra nel golfo Persico è stata una sofferenza economica in quanto l’ha costretto a esportare poco greggio, facendogli incassare meno risorse con le quali sostenere il bilancio pubblico. Ecco perché adesso che gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo, per quanto traballante, e che la situazione nello stretto di Hormuz è migliorata, Baghdad ha iniziato a fare pressioni per ottenere una quota di produzione più consistente.

Secondo l’agenzia Reuters, l’Iraq starebbe “valutando tutte le opzioni disponibili qualora la sua quota nell’Opec non venisse aumentata in modo significativo”, perfino l’uscita dall’organizzazione. Gli Emirati, come detto, hanno lasciato l’Opec proprio perché volevano avere la libertà di vendere quanto petrolio volessero.

Qualora l’Opec, dopo gli Emirati, dovesse “perdere” un altro produttore di peso come l’Iraq, ciò potrebbe intaccare significativamente le capacità del gruppo di influenzare il prezzo del greggio attraverso l’aumento o la riduzione dell’offerta rispetto alla domanda.

GLI INVESTIMENTI INTERNAZIONALI

All’Iraq quella libertà di movimento farebbe comodo per poter cavalcare i recenti annunci di investimento di alcune società energetiche straniere – come i 25 miliardi di dollari stanziati dalla britannica Bp, i 10 miliardi della francese TotalEnergies, oppure gli impegni delle statunitensi ExxonMobil e Chevron -, dei quali ha bisogno per rilanciare il proprio settore petrolifero e, di conseguenza, la sua intera economia. Il paese, però, ha problemi pregressi di instabilità politica e di carenze infrastrutturali che potrebbero complicare i piani di ripresa elaborati dal primo ministro Ali al-Zaidi (che a luglio, peraltro, incontrerà il presidente americano Donald Trump a Washington).

IL PIANO DELL’IRAQ

L’Iraq vorrebbe portare la sua produzione petrolifera a sette milioni di barili al giorno nel giro di qualche anno: un obiettivo ambizioso e forse irrealizzabile, considerato che la capacità attuale ammonta a 4,9 milioni di barili al giorno, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia.

La quota produttiva fissata dall’Opec per il mese di luglio è di 4,3 milioni di barili al giorno. A febbraio, prima che iniziasse la guerra all’Iran, l’Iraq aveva prodotto quasi 4,2 milioni di barili al giorno, scesi a maggio sotto gli 1,5 milioni: Baghdad non dispone di infrastrutture che le consentano di aggirare lo stretto di Hormuz, una via d’acqua spesso imprescindibile per i paesi del golfo Persico, dato che mette in collegamento quest’ultimo con il golfo di Oman, garantendo al greggio lo sbocco nell’oceano Indiano e quindi l’accesso ai mercati internazionali.

QUANTO È DIPENDENTE L’IRAQ DAL PETROLIO?

Stando così le cose, se anche l’Iraq dovesse ottenere dall’Opec un innalzamento della quota produttiva, i suoi vincoli “tecnici” potrebbero non permettergli di sfruttare il maggiore margine di manovra.

Baghdad, però, ha bisogno di vendere petrolio perché ne è estremamente dipendente: l’anno scorso, infatti, il greggio ha rappresentato l’88 per cento delle entrate governative, secondo i dati della Banca mondiale. Si tratta del valore più alto tra i membri dell’Opec, molto più alto di quello dell’Arabia Saudita – spesso considerata il “petro-stato” per eccellenza -, le cui entrate governative sono dipese dal petrolio per il 55 per cento del totale.

CHI SARÀ IL PROSSIMO A LASCIARE L’OPEC?

Un altro paese che potrebbe prendere in considerazione l’idea di lasciare l’Opec è il Venezuela, dato che dopo la deposizione dell’ex-presidente Nicolas Maduro si è avvicinato molto agli Stati Uniti, che oggi controllano di fatto la sua industria petrolifera.

Nonostante i buoni rapporti con l’Arabia Saudita, Donald Trump ha spesso criticato pesantemente le politiche energetiche dell’Opec, accusando l’organizzazione – già dal 2018 – di mantenere artificialmente alti i prezzi del greggio attraverso i tagli alla produzione. Un Opec più debole, inoltre, avvantaggerebbe gli Stati Uniti, che sono già i maggiori produttori di petrolio al mondo.

Torna su