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La crisi nel golfo Persico fa schizzare le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti

Ad aprile le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti potrebbero raggiungere un livello record grazie alla domanda proveniente dall'Asia, che è dipendente dalle forniture bloccate nel golfo Persico. Numeri, dettagli e contesto.

Ad aprile le esportazioni petrolifere degli Stati Uniti potrebbero raggiungere un livello record grazie alla fortissima domanda proveniente dall’Asia. È questa, infatti, la regione più esposta alla crisi in Medioriente: gran parte – quando non la maggior parte – delle forniture di greggio e derivati della Cina, dell’India, del Giappone e della Corea del sud arrivano dal golfo Persico. L’accordo sul cessate il fuoco raggiunto mercoledì dagli Stati Uniti e dall’Iran non sembra aver stabilizzato la situazione: le infrastrutture energetiche continuano a subire attacchi e lo stretto di Hormuz è nuovamente chiuso.

QUANTO CRESCERANNO LE ESPORTAZIONI DI PETROLIO DEGLI STATI UNITI

Gli Stati Uniti sono i maggiori produttori di greggio al mondo e possono quindi compensare, in parte, i volumi “persi” perché bloccati nel golfo Persico, impossibilitati a raggiungere i mercati internazionali. Stando alle elaborazioni di Kpler, questo mese le esportazioni petrolifere americane cresceranno fino a raggiungere i 5,2 milioni di barili al giorno, rispetto ai 3,9 milioni di marzo. La domanda proveniente dall’Asia aumenterà dell’82 per cento, a 2,5 milioni di barili.

Sempre secondo Kpler, attualmente ci sono ben 68 petroliere vuote che si stanno dirigendo negli Stati Uniti per essere caricate; a fine febbraio, prima che iniziasse la guerra all’Iran, erano 28, un valore in linea con la media del 2025.

CHI FESTEGGIA E CHI NO

Se l’aumento delle esportazioni – e dei prezzi: il West Texas Intermediate, il contratto di riferimento negli Stati Uniti, è sui 110 dollari al barile, il massimo da quattro anni – è positivo per l’industria petrolifera americana, i consumatori sono invece meno contenti, e anzi preoccupati per i rincari dei carburanti. I prezzi della benzina hanno superato i 4 dollari al gallone (meno di 1 euro al litro) per la prima volta in quattro anni, e quelli del gasolio (fondamentale per i mezzi agricoli) sono vicini al record di 5,8 euro al gallone.

Pur non essendo esposti al rischio di un’interruzione delle forniture di petrolio, gli Stati Uniti sono comunque toccati dalla crescita dei prezzi, che si ripercuote su quelli dei carburanti e infine sull’intera economia. L’abbassamento del costo della vita è stata una delle promesse principali del presidente Donald Trump, che deve tenerne conto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. In sostanza, la politica estera di Trump sta entrando in conflitto con la sua politica interna, e il suo indice di gradimento ne sta risentendo negativamente.

LA POSIZIONE DEI PETROLIERI SHALE

Per favorire l’abbassamento dei prezzi internazionali del greggio, gli Stati Uniti hanno annunciato il rilascio di 172 milioni di barili dalla loro riserva strategica, in coordinamento con gli altri membri dell’Agenzia internazionale dell’energia. Non è detto che questa misura si rivelerà sufficiente, però. Inoltre, i livelli della produzione interna non starebbero crescendo abbastanza per mitigare lo shock: i petrolieri specializzati nello shale oil, in particolare, vorrebbero più stabilità prima di investire nell’aumento delle estrazioni, temendo che l’attuale fase rialzista dei prezzi non duri sufficientemente a lungo per rientrare delle spese.

VIETARE LE ESPORTAZIONI?

Alcuni politici, come il democratico Brad Sherman, vorrebbero allora vietare le esportazioni petrolifere in modo da mantenere il greggio in patria e impiegarlo per la stabilizzazione dei prezzi dei carburanti. Difficilmente, però, misure restrittive del genere verranno davvero introdotte.

IL CONTRIBUTO DEL VENEZUELA E IL NODO DELLA RAFFINAZIONE

A favorire le esportazioni, peraltro, stanno contribuendo anche i flussi di greggio provenienti dal Venezuela, il cui settore petrolifero è passato di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti dopo la deposizione del presidente Nicolas Maduro. Quello venezuelano è un greggio di varietà “pesante” e viscosa, con delle caratteristiche molto diverse rispetto allo shale oil che viene estratto dai giacimenti di scisto americani: è, quest’ultimo, un greggio “leggero”.

Gran parte delle raffinerie presenti negli Stati Uniti sono state costruite in un periodo storico precedente alla cosiddetta shale revolution della seconda metà degli anni Duemila, quando cioè il paese era ancora molto dipendente dalle importazioni petrolifere: di conseguenza, questi stabilimenti sono stati pensati per processare greggi “pesanti”. Non è un caso che il mese scorso Trump abbia annunciato con una certa enfasi l’apertura imminente della prima nuova raffineria di petrolio negli Stati Uniti da cinquant’anni: sorgerà in Texas, a Brownsville, avrà una capacità di lavorazione di 160.000 barili al giorno e sarà progettata proprio per lavorare lo shale oil.

Poter disporre di un’elevata capacità di raffinazione è fondamentale per esercitare influenza sul mercato petrolifero e favorire eventualmente l’abbassamento dei prezzi dei carburanti: i consumatori, del resto, non utilizzano il greggio ma i suoi derivati, come il gasolio e la benzina. In questo preciso momento, gli Stati Uniti possono destinare il petrolio “pesante” venezuelano alle loro raffinerie ed esportare maggiori quantità di shale oil “leggero”.

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